Trieste: il pubblico tradisce il Boris Godunov in scena al Teatro Verdi

Boris Godunov è tornato sul palcoscenico del Teatro Verdi di Trieste dopo un’assenza di diciannove anni. Come dire, un’eternità, considerata l’importanza dell’opera e la sua rilevanza nella storia della musica di tutti i tempi. Come allora vi arriva in una produzione d’importazione, all’epoca quella polverosa del Bolshoi di Mosca, oggi in un allestimento che recupera la regia storica di Yurii Victoroviych Chaika realizzata per la Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro in Ucraina, ripresa in accordo con la Fondazione triestina da Victoria Chernova. Dall’Ucraina arrivano, oltre all’allestimento, la compagnia di canto, nel complesso eccellente, e il coro, anch’esso ottimo, che dà man forte a quello stabile del Teatro Verdi ormai sempre più sguarnito di nuove voci e preparato da Francesca Tosi, e ai Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro.

Quanto all’edizione prescelta, sempre fonte di problemi e di dubbi, la produzione del capolavoro di Modest Petrovič Musorgskij in scena a Trieste è basata sulle scelte effettuate dalla Fondazione di concerto con il Maestro Alexander Anissimov, che ne è direttore e concertatore, di muoversi lungo la strada tracciata dalla tradizione dell’edizione Lamm-Asafev del 1928, e abitualmente utilizzata nel mondo teatrale russo, tenendo conto di alcune prassi esecutive e, come se non bastasse, della popolarissima versione nell’orchestrazione di Rimskij Korsakov qui utilizzata nel finale degli atti polacchi, in modo da raggiungere una sintesi, se vogliamo contraddittoria, che ha dato sostanza alle rappresentazioni triestine.

Di là da ogni considerazione filologica, l’opera, nella versione cui abbiamo appena assistito al Verdi, è stata rappresentata in tre parti che riorganizzano la suddivisione degli atti originali e danno allo spettacolo una buona continuità. Si chiude con la morte di Boris, che fa sempre molto effetto, e s’include in apertura della terza parte, la scena in cui l’Innocente, personaggio significativo, che in origine era la voce del finale dell’opera, incontra lo zar davanti alla cattedrale di San Basilio e gli ricorda i suoi delitti.

A parte la riorganizzazione drammaturgica, arbitraria ma efficace, l’esecuzione ripresenta Boris Godunov con molti tagli che valorizzano le apparizioni dei personaggi principali e limitano quelli delle figure secondarie, i figli di Boris tanto per fare un solo esempio.

Detto questo, lo spettacolo non offriva grandi spunti sotto l’aspetto visivo che sembrava restituire a un pubblico che ormai non la conosce più, l’opera come immagine iconica della vecchia Russia. Non più le polverose scene dipinte del Bolshoi, ma pochi elementi evocativi che fungono da sfondo ai pochi movimenti delle masse e degli interpreti in una rappresentazione che possiamo definire quasi oratoriale. Il che, va detto, per Boris Godunov non è un controsenso. Per la cronaca, le scene e costumi storici sono di Anatoly Arefev.

Fra gli interpreti principali va lodata la forte personalità che a Boris offre Taras Shtonda, basso di forte presenza scenica e voce potente. Oleksii Strizhak è un monaco Pimen che s’impone più per la vocalità, morbida e pastosa, della sua voce di giovane basso che per carisma interpretativo. Eduard Srebnytskyi, veterano della compagnia e tenore, è viceversa molto carismatico nel raffigurare il viscido Principe Šujskij.

La coppia di amanti è bene assortita sia nel tenore, Vladyslav Goray (L’impostore Grigorij), sia nel mezzosoprano, la fascinosa Kateryna Tsimbaliuk (Marina Mnišek) che brilla di luce propria negli atti polacchi. Bene anche tutti gli altri: Yuliya Lytvynova (Ksenija), Svetlana Soschneva (La nutrice), Andrii Lomakovych (Andrej Sčelkalov), Alexander Prokopenko (Varlaam), Igor Tishkov (Misail), Anna Evtekhova (L’ostessa), Ruslan Zynevich (Il folle in Cristo, ossia l’Innocente), più in ombra, anche se i suoi interventi sono ridotti all’osso, la giovane Kimika Yamagiwa (lo zarevic Feodor en travesti). Le parti comiche, come da tradizione russa, sono svolte in modo molto caricaturale.

Quanto al Maestro, attuale Direttore Principale dell’Orchestra Nazionale Sinfonica della Bielorussia e Direttore onorario dell’Opera Nazionale della Bielorussia, Alexander Anissimov ha diretto le orchestre più importanti nei teatri più prestigiosi: dal Mariinskij di San Pietroburgo, al Bolshoi di Mosca, dalla San Francisco Opera, al Teatro Colón di Buenos Aires, ed è stato spesso ospite delle stagioni sinfoniche e liriche nei teatri italiani.

A Trieste era al suo debutto, ed è stato un debutto felice, per la fermezza con cui ha condotto la serata, l’accuratezza che ha saputo ottenere dall’Orchestra stabile del Teatro Verdi, l’equilibrio con cui ha saputo dare armonia nel rapporto, spesso difficile, fra orchestra e palcoscenico.

Quanto al pubblico, la sera della prima, il teatro non era pieno, e si è andato vuotando di atto in atto. Peccato, un tempo a Trieste, ma non solo a Trieste, l’attesa per la morte di Boris e per la commozione che essa suscita, erano uno dei momenti più attesi dal pubblico dell’opera lirica che oggi si sta sempre più rarefacendo.

Rino Alessi
(7 febbraio 2020)

La locandina

DirettoreAlexander Anissimov
Regia storica diYurii Victorovych Chaika
Regia e movimenti scenici ripresi daVictoria Chernova
Scene e costumi storici diAnatoly Arefev
Personaggi e interpreti:
Boris GodunovTaras Shtonda
PimenOleksii Strizhak
L’impostore (Grigorij)Vladyslav Goray
Vasilij Ivanovič ŠujskijEduard Srebnytskyi
KsenijaYuliya Lytvynova
Marina MnišekKateryna Tsimbaliuk
La nutrice di KsenijaSvetlana Soschneva
Andrej SčelkalovAndrii Lomakovych
VarlaamAlexander Prokopenko
MisailIgor Tishkov
L’ostessaAnna Evtekhova
Il folle in Cristo (l’Innocente)Ruslan Zynevich
Nikitič (una guardia)Igor Dudin
FeodorKimika Yamagiwa
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Maestro del CoroFrancesca Tosi
Coro e Corpo di ballo del Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro
Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti dal M° Cristina Semeraro

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