Verona: il passaggio di testimone della Speranza

Quando si sbuca in alto sulle gradinate, il colpo d’occhio è di quelli che restano nella memoria. Al centro il palco per l’orchestra – collegato ai due ingressi principali dell’anfiteatro con passerelle di egual colore – è di un bel rosso vivo, lo stesso degli scranni ad altezze diverse allineati lungo l’ellisse, destinati agli artisti del coro. La loro distanza è la più evidente, ma anche la “geometria” studiata per chi suona non fa sconti, anche se si nota meno. Fra il podio e l’ultima fila, dove ci sono le percussioni e alcuni degli ottoni, corrono non meno di 20-25 metri. Allestimento scenografico e inedito: questa volta, lo slogan per il lancio del Festival d’Estate 2020 è una constatazione: “L’Arena come non l’avete mai vista”.

Fra le cose che non avevamo mai visto – e pure questo resta nella memoria di questi tempi pericolosi – c’è anche il pubblico. Siamo circa in duemila (così uno dei giornali che escono a Verona, la mattina dopo), numero peraltro piuttosto al di sotto della capienza massima per quest’estate, che si avvicina ai tremila. Sparpagliati sui gradoni, solo nella metà di Arena tradizionalmente occupata dagli spettatori, non diamo neanche la sensazione di essere un pubblico: sembriamo turisti fuori orario che ammirano il monumento romano e si riposano un po’ prima di riprendere il loro giro. Scenario sconcertante. Fortuna che cala la notte, da questo punto di vista l’oscurità è una benedizione.

La kermesse inaugurale del festival nell’emergenza, intitolata “Il cuore italiano della musica”, era una mezza maratona di celebri Arie e Romanze, quasi tutte del grande repertorio, protagonista un pattuglione di venti cantanti più o meno di grido, guidati da quattro direttori diversi. Un modo di ricordare che cosa si fa normalmente, nel teatro lirico all’aperto più grande del mondo; un augurio che la normalità torni al più presto; un’occasione per capire che riaprire l’Arena è stato molto difficile ma si doveva farlo, anche se questa può essere solo un’eccezione.

Dedicata agli operatori sanitari, reduci da quattro mesi in prima linea nella lotta al Covid-19, è stata una serata di emozioni contenute. Effetto, forse, dei distanziamenti in uno spazio già enorme di suo. Le dediche sono toccate a Katia Ricciarelli, che ha dimostrato come la sua seconda vita (artistica) di attrice riservi qualche motivo di interesse. Doveva leggere una lunga serie di ringraziamenti, alcuni politicamente un po’ sopra le righe, e lo ha fatto con intelligente sprezzatura e semplice comunicativa, recitando senza parere, ma sorvegliando molto bene il tutto.

Sul versante musicale, si è cominciato con un piccolo e simbolico colpo di teatro: un bambino di sei anni è sbucato all’improvviso sotto il palco e si è inerpicato sull’alto podio impugnando una lunga bacchetta mentre l’orchestra attaccava l’Inno di Mameli di prammatica (assisteva la presidente del Senato, il cui figlio direttore d’orchestra terrà in Arena un concerto il 13 agosto). Centocinquanta minuti più tardi, senza pause, il cerchio si è chiuso con un cantante che del piccolo “direttore per caso” potrebbe essere il nonno, il quasi ottantenne Leo Nucci, ormai eroe eponimo del ruolo di Rigoletto e ancora saldamente sulla breccia. Chiaro il messaggio: i giovani sono la nostra speranza, ma la speranza non deve avere età.

Fra questi due poli, una lunga cavalcata musicale, ideale e concreta staffetta fra venti protagonisti italiani della scena lirica internazionale. Del resto, il continuo passaggio del testimone fra i vari protagonisti era sotto gli occhi di tutti grazie alla formula scelta per la serata, anche questa a suo modo teatrale (oltre che necessaria per non dilatare ulteriormente i tempi): saluti e ringraziamenti ridotti al minimo, ingressi e uscite quasi in contemporanea, con incroci e rapidi cenni di saluto fra gli artisti sulla passerella. Durante le esecuzioni, poi, insistenti e decorativi effetti di luce, a volte suggestivi, a volte anche troppo “pop”.

Per quanto fitto di gemme operistiche, inevitabilmente frammentario il programma, che avrebbe tratto giovamento quanto meno da un po’ più di ordine, per evitare accostamenti di pagine sideralmente lontane fra loro come la cupa e meravigliosa Romanza di Filippo II nel quarto atto del verdiano Don Carlo, “Ella giammai m’amò” e l’ilare tirata del ciarlatano Dulcamara nell’Elisir d’amore di Donizetti. Oppure la struggente invocazione di Tosca al cospetto del torturatore Scarpia nel secondo atto dell’opera di Puccini (“Vissi d’arte”) e la sarcastica brillantezza di Leporello nella celebre Aria del catalogo nel primo atto del mozartiano Don Giovanni.

Nondimeno, la serata ha permesso di apprezzare la qualità vocale, la musicalità e lo stile di non pochi protagonisti italiani del canto. Fra le donne, citiamo l’eleganza del timbro e la sicurezza nel fraseggio di Annalisa Stroppa, impegnata nella Cavatina di Rosina dal Barbiere di Siviglia; la classe di Barbara Frittoli, linea di canto sensibile e di grande intensità nella pagina sopranile più celebre di Adriana Lecouvreur, “Io son l’umile ancella”;  il controllo e la profondità espressiva di Eleonora Buratto, che ha fatto emergere nella sua Butterfly (ha cantato “Un bel dì vedremo”) la forza interiore composta e drammatica che abita il personaggio. E ancora, la sicurezza stilistica e la tenuta vocale di Daniela Barcellona nella grande Aria “O mio Fernando” dalla Favorita di Gaetano Donizetti e la drammaticità lirica di Donata D’Annunzio Lombardi, che ha ben ripercorso la popolarissima Romanza “Vissi d’arte” senza inutili concessioni alla maniera melodrammatica.

Fra gli uomini, si sono fatti apprezzare in particolare Roberto Frontali, che ha aperto la serata con una tagliente esecuzione del Prologo dai Pagliacci di Leoncavallo; Michele Pertusi, protagonista di un’interpretazione densa e sofferta, vocalmente di impeccabile spessore, della citata Romanza di Filippo II nel quarto atto di Don Carlo; Alessandro Corbelli-Dulcamara e Carlo Lepore-Leporello, che nelle pagine comiche loro affidate hanno sfoderato ironia, brillantezza ed eloquente ricchezza di colore. E ancora, citazione per Francesco Meli, che nella Romanza di Manrico “Ah! Sì, ben mio” dal Trovatore ha fatto capire come la passione del “bel tenebroso” possa conciliarsi con la sottigliezza espressiva e l’eleganza nella linea di canto. E fra le voci gravi, una nota per Riccardo Zanellato, desolato e intenso nell’Aria di Banco dal Macbeth, “Come dal ciel precipita”, pagina di inquietante forza drammatica nella quale questo personaggio intuisce che sta per essere tradito e ucciso. E, oltre al citato Leo Nucci, per Alex Esposito, che ha percorso con musicalità nitida e pensosa la pagina probabilmente meno conosciuta dell’intero programma, l’aria di Giovanni da Procida “O tu, Palermo”, dal secondo atto dei Vespri Siciliani, grand-opéra verdiano che attende ancora rappresentazione all’Arena di Verona.

Di scena anche il giovane e bravo violinista Giovanni Andrea Zanon, con il Capriccio n. 24 di Paganini in una peraltro incongrua versione con accompagnamento orchestrale.

Sul podio si sono avvicendati nell’ordine il veronese Andrea Battistoni, Francesco Ivan Ciampa, Marco Armiliato e Riccardo Frizza: tutti efficaci nel tenere in equilibrio il rapporto con le voci, anche se l’inedita acustica di questo allestimento dell’Arena favorisce probabilmente (anche grazie alla tecnologia) il lato strumentale, lasciando le voci senza l’utile vicinanza delle gradinate (che è fondamentale sul normale palcoscenico) per far girare il suono. La situazione acusticamente e musicalmente più precaria era certamente quella del coro istruito da Vito Lombardi. Abituato certo a un palcoscenico di grandi dimensioni, ma non a distanziamenti di questo tipo fra componenti e fra sezioni, con distanze anche di decine di metri. Considerata la logistica, giudizio positivo per l’impegno, l’attenzione e la concentrazione in pagine da Nabucco (compreso “Va’ pensiero”) e da Macbeth.

Alla fine, distanziamenti dimenticati per i venti-cantanti-venti, tutti sul palco per i ringraziamenti, e bis con O sole mio. Esecuzione certamente tutta cuore, ma non di grande effetto.

A seguire, fuochi d’artificio, tricolori. Siamo all’Arena.

Cesare Galla
(25 luglio 2020)

La locandina

Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Maestro del CoroVito Lombardi
Programma:
Direttore Andrea Battistoni
Roberto Frontali“Si può? Si può?” (Pagliacci Prologo – R. Leoncavallo)
Fabio ArmiliatoUn dì all’azzurro spazio (Andrea Chénier, Quadro I  – U. Giordano)
Sonia GanassiVoi lo sapete, o mamma (Cavalleria rusticana – P. Mascagni)
Michele PertusiElla giammai m’amò (Don Carlo, Atto IV –  Giuseppe Verdi)
Alessandro CorbelliUdite, udite, o rustici (L’elisir d’amore, Atto I – G. Donizetti)
CoroGli arredi festivi (Nabucco, Parte I – Giuseppe Verdi)
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Giovanni Andrea ZanonCapriccio n. 24 in la minore (Niccolò Paganini)
Annalisa StroppaUna voce poco fa (Il Barbiere di Siviglia, Atto I – G. Rossini)
Simone PiazzolaDi Provenza il mar, il suol (La Traviata, Atto II – G. Verdi)
CoroVa’, pensiero (Nabucco, Parte III – G. Verdi)
Maria José SiriLa mamma morta (Andrea Chénier, Quadro III  – U. Giordano)
Barbara FrittoliIo son l’umile ancella (Adriana Lecouvreur, Atto I  – F. Cilea)
Fabio SartoriE lucevan le stelle (Tosca, Atto III – G. Puccini)
DirettoreMarco Armiliato
CoroPatria oppressa (Macbeth, Atto IV – G. Verdi)
Riccardo ZanellatoStudia il passo…Come dal ciel precipita (Macbeth, Atto II – G. Verdi)
Saimir PirguMa se m’è forza perderti (Un ballo in maschera, Atto III – G. Verdi)
Eleonora BurattoUn bel dì vedremo (Madama Butterfly, Atto II – G. Puccini)
Francesco MeliAh! Sì, ben mio (Il Trovatore, Atto III – G. Verdi)
DirettoreRiccardo Frizza
Donata D’Annunzio LombardiVissi d’arte (Tosca, Atto II – G. Puccini)
Carlo LeporeMadamina, il catalogo è questo (Don Giovanni, Atto I – W. A. Mozart)
Annamaria ChiuriStride la vampa (Il Trovatore, Atto II – G. Verdi)
Alex EspositoO tu, Palermo (I vespri siciliani, Atto II – G. Verdi)
Daniela BarcellonaO mio Fernando (La favorita, Atto III – G. Donizetti)
Leo NucciCortigiani, vil razza dannata (Rigoletto, Atto II – G. Verdi)

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