Verona: la Scala di seta commedia brillante

La storia non si svolge “in una campagna nelle vicinanze di Parigi, in casa di Dormont”, come da indicazioni del librettista Giuseppe Foppa. La scena rappresenta infatti un ben fornito negozio di tessuti, che tutto lascia intendere si trovi nel cuore della capitale francese. E quanto all’epoca, peraltro non indicata nel libretto, il fatto che sul bancone si trovi un vecchio telefono, così come lo stile degli abiti, fa capire che siamo suppergiù negli anni Trenta del secolo scorso. Certo, è bizzarro che un giovane vada a trovare nel cuore della notte la mogliettina, sposata segretamente, non dove essa vive, cioè a casa dell’immancabile e iroso tutore, ma nella bottega che costui possiede. Però il dettaglio se non altro mette sotto una luce diversa il singolare quanto decisivo dettaglio che dà il titolo alla terza farsa composta da Rossini per il teatro di San Moisè a Venezia, nell’anno anno di grazia 1812. Evidentemente, gli scampoli a portata di mano hanno suggerito all’uomo la soluzione certamente originale di utilizzare una scala di seta per raggiungere l’amato bene…

Scherzi a parte, quello che contava nella prima volta in assoluto della Scala di seta al teatro Filarmonico di Verona per la stagione operistica della Fondazione Arena, era che lo spettacolo funzionasse. E ciò sicuramente è avvenuto, con pieno gradimento del pubblico. La scena fissa firmata da Serena Rocco (all’immediato ritorno dopo il positivo debutto con il dittico Il segreto di Susanna-Suor Angelica di un paio mesi fa) è parsa elegante e funzionale, i costumi di Valeria Donata Bettella sono risultati appropriati quanto ironici e soprattutto la regia di Stefania Bonfadelli ha dato a Rossini tutto quel che è di Rossini e ci ha messo del suo per esaltare nel migliore dei modi la drammaturgia vivace di questo lavoro. Certo, si parla del soprano che all’inizio del secolo era la regina del ROF di Pesaro a fianco di Juan Diego Flórez, una specialista squisita, che in patria (è nata a Valeggio sul Mincio) non ha avuto che in parte i riconoscimenti copiosi a lei tributati altrove nel mondo, anche nella sua nuova carriera di regista. E tuttavia, così come non è detto che un calciatore di talento abbia nel destino di diventare un grande allenatore, non è un automatismo che una cantante di successo si debba affermare anche nella creazione e direzione di uno spettacolo. Certo, sarà nella posizione ideale per agevolare chi va in scena, forte della sua esperienza, ma poi rimane il grosso del discorso.

In questo caso, la lettura della Scala di seta da parte di Bonfadelli è risultata un efficace esempio di commedia mai spinto fino alla farsa (nel senso che diamo oggi alla parola) ma neppure limitato alla caratterizzazione banale o risaputa. Non c’erano gag plateali o superficiali, ma c’era una vivacità di fondo che ha fatto divertire il pubblico e ha esaltato la geniale concretezza giovanile di Rossini, a sua volta miracolosa nel costruire sostanza musicale mai banale per le situazioni paradossali o sentimentali, caricaturali o liriche che si susseguono rapidamente. Il ritmo, quindi, è stato fin dall’inizio un elemento decisivo, nutrito dall’attenzione per ogni singolo personaggio, dal gioco brillante delle entrate, delle uscite, dei “nascondini”. A sua volta – nella squadra tutta al femminile di questa produzione – ben assecondato dalle luci di Fiammetta Baldiserri.

La compagnia di canto, mediamente assai giovane, era costituita da molti debuttanti a Verona e/o in quest’opera e si è adeguata con una naturalezza recitativa niente affatto comune sulle nostre scene operistiche esprimendosi vocalmente a un livello sicuramente positivo. Il perno, se così si può dire, era l’esperto Carlo Lepore con la sua limpida classe rossiniana. Buffo a tutto tondo fra agilità virtuosistiche ed omogeneità in ogni zona della tessitura, Lepore ha cesellato in bello stile e incisiva efficacia il ruolo di Blansac, frivolo pretendente scornato e alla fine “ricompensato” con un matrimonio diverso da quello inizialmente ipotizzato. La moglie segreta, Giulia, aveva l’agilità ben misurata e la duttile linea di canto di Eleonora Bellocci, mentre Matteo Roma ha offerto al personaggio di Dorvil, il marito segreto, consapevolezza stilistica e colore di nitida evidenza. Bene anche Caterina Piva, la cugina Lucilla, ammiccante e brillante come si conveniva, e Manuel Amati, che ha tratteggiato con ironia il ruolo caricaturale del tutore Dormont. Particolarmente efficace, infine il baritono messicano Emmanuel Franco nei panni del servo sciocco e intrigante Germano, abile nel gioco scenico, anche discretamente atletico (notato un attraversamento ginocchioni del palcoscenico che non è da tutti), vocalmente equilibrato e preciso, ben coordinato nei numeri di insieme che sono fra le pagine migliori dell’operina, dal quartetto centrale al finale.

Giovane anche la bacchetta. Dirigeva infatti il trentacinquenne Nikolas Nägele, autore di una lettura forse eccessivamente incline ad allentare i tempi nei passaggi sentimentali, ma sempre precisa nel fraseggio, capace delle giuste accelerazioni correlate all’innalzarsi della temperatura comica, attenta alle sfumature coloristiche, anche se l’orchestra areniana non è parsa in quest’occasione favorita, quanto al suono, dalla collocazione fuori buca che caratterizza tutta l’attuale stagione al Filarmonico.

Pubblico numeroso, divertito, prodigo di applausi e chiamate per tutti. Repliche il 30 marzo, l’1 e il 3 aprile.

Cesare Galla
(26 marzo 2022)

La locandina

DirettoreNikolas Nägele
RegiaStefania Bonfadelli
SceneSerena Rocco
CostumiValeria Donata Bettella
LuciFiammetta Baldiserri
Personaggi e interpreti:
DormontManuel Amati
GiuliaEleonora Bellocci
LucillaCaterina Piva
DorvilMatteo Roma
BlansacCarlo Lepore
GermanoEmmanuel Franco
Orchestra e tecnici della Fondazione Arena di Verona

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