La sfida di una vita – Seconda tappa per l’integrale beethoveniana del Quartetto Adorno a Cagliari

Vincitore del Terzo Premio, Premio del Pubblico e Premio Speciale per la migliore esecuzione di un brano di Silvia Colasanti, il Quartetto Adorno si è affermato come uno dei quartetti di riferimento in Italia, ben oltre il livello di una semplice formazione emergente. A conferma di questo slancio, dal 2019 l’Adorno ha intrapreso un progetto mastodontico, l’integrale dei Quartetti di Beethoven su tre anni, per ben cinque istituzioni in tutta Italia: Amici della Musica di Cagliari, Associazione Musicale Lucchese, Festival Viotti a Vercelli, Musikàmera a Venezia, Teatro Bellini a Catania e Festival Internazionale di Musica da Camera a Urbino. Trovo il Quartetto riunito per provare proprio in vista dei concerti a Cagliari il 9 e 10 ottobre, quando una domenica mattina avviamo la videochiamata per intervistare i quattro musicisti.

  • Il vostro è un quartetto tutto sommato ancora molto giovane, ma che già sta affrontando una delle imprese più titaniche per questa formazione: l’integrale dei Quartetti di Beethoven. Com’è nato il progetto?

Edoardo Zosi: L’idea è nata quasi subito dopo il Premio Borciani, ma abbiamo sempre avuto un’affinità particolare con Beethoven, ci siamo sempre trovati naturalmente a nostro agio con il suo linguaggio che è per noi un meraviglioso mondo da esplorare, con le sue difficoltà chiaro, ma a noi congeniale. Ed è un progetto fondamentale per ogni quartetto, quindi ci siamo chiesti: perché non iniziare?

Liù Pellicciari: Sapevamo ovviamente che si tratta di una delle cose più impegnative per un quartetto, ma pensavamo anche che affrontare questa sfida ci avrebbe spinto a svilupparci più rapidamente. Ed è stato così! È talmente complesso ciò che la musica di Beethoven ti chiede, che devi essere pronto a tutto, sia a livello di suono che di incastri. È un po’ come buttarsi nel fuoco, ma eravamo sicuri che ci avrebbe spronati e ora, che siamo a metà del progetto, abbiamo iniziato a vederne con chiarezza gli effetti!

  • Siete infatti proprio a metà del percorso: qual è il bilancio? Come siete cresciuti a livello di ensemble e personale?

Danilo Squitieri: Ne parlavamo anche ieri, ora riusciamo a ragionare diversamente, in modo più organico e puntuale e ci accorgiamo meglio di come una scelta fatta su un Quartetto cambi l’idea musicale di un altro, stabilendo relazioni e scoprendo che dettagli più nascosti in un brano, possono essere più chiaramente delineati in un altro. Abbiamo una comprensione più profonda dell’autore. Anche perché il percorso beethoveniano non è iniziato in maniera cronologica, ma anzi abbiamo sempre messo insieme Quartetti delle varie età di Beethoven e pian piano cominciamo a cogliere una visione di come il suo pensiero si è evoluto. O anche di come alcune costanti siano rimaste fisse, certi atteggiamenti sono sempre stati suoi. Ieri stavamo lavorando sull’op. 18 n. 4, che a dire degli studiosi è il primo di quelli composti, e abbiamo incontrato elementi che sono già il Beethoven dell’ultimo periodo.

  • Affrontare tutti i Quartetti è un’impresa da un punto di vista tecnico, espressivo ma anche di repertorio, dovendo inserire l’integrale tra le necessità della vita concertistica. Come si riesce a portare avanti un progetto simile con l’attenzione che merita, senza trascurare il resto?

DS: Chiaramente dedichiamo la maggior parte del tempo a questo progetto, è evidente dai programmi di questi anni. Direi che circa l’80% del nostro impegno va sull’integrale. Ma al contempo non evitiamo di approfondire aspetti di repertorio formativi e complementari. Ad esempio abbiamo iniziato un progetto Bartók che vorremmo portare avanti nei prossimi anni e al contempo dedicheremo un po’ di attenzione alla Seconda Scuola di Vienna, cui ci siamo sempre interessati, proseguendo con Webern e con Zemlinsky. Inoltre  abbiamo appena sfiorato Mozart in un paio di occasioni e vorremmo approfondire anche quel repertorio.

LP: Come quartetto abbiamo da subito messo in cantiere tantissima musica e stiamo continuando a farlo. Certo, abbiamo quartetti su cui lavoriamo da tanto e che sono i nostri cavalli di battaglia, ma non è mai successo che passassimo, per dire, cinque o sei mesi sempre con lo stesso repertorio, introduciamo costantemente brani nuovi. Poi va a fasi della vita, in questa fase l’integrale di Beethoven è la cosa più importante e nel mentre aggiungeremo solo un paio di quartetti di altro repertorio. Quando avremo terminato l’integrale (anche se siamo ben consci che serva tutta la vita per approfondire questa musica), ci dedicheremo più ad altri autori.

EZ: È stata anche una coincidenza temporale, d’altronde: la nostra integrale si colloca proprio a cavallo dell’anniversario beethoveniano, quindi anche dove non facciamo l’integrale ci sono stati richiesti programmi monografici o comunque con una presenza di Beethoven. In realtà sono stati rarissimi i programmi senza nemmeno un Beethoven, fin da quando ci siamo formati!

  • Una delle vostre caratteristiche infatti, a partire dal nome!, è sempre stato un forte interesse per il Novecento e il contemporaneo. Ora vi state concentrando soprattutto su Beethoven, come si coniugano le due cose?

Benedetta Bucci: Ovviamente come Quartetto Adorno siamo legatissimi alla Seconda Scuola di Vienna e la scelta di Zemlinsky per il nostro debutto discografico è proprio in ottica adorniana, per avere un nostro stampo che ci caratterizzasse. La Chigiana stessa, non a caso, l’anno scorso ci chiamò per un congresso su Adorno e le figure a lui legate, è un tratto importante del nostro quartetto. Come diceva Edoardo in apertura, però, siamo sempre stati molto legati anche a Beethoven, ci sono cose del suo linguaggio che ci rappresentano. E i due mondi ovviamente si influenzano e noi cerchiamo di metterli in dialogo, anche accostandoli nel medesimo programma.

DS: E come ci Beethoven ci ha influenzato, plasmando una nostra estetica che ci portiamo dietro nel repertorio novecentesco, ha anche ingenerato un’esigenza che si concretizza nel Novecento.

LP: Sì, lo sentiamo veramente molto legato, d’altronde tra poco dobbiamo affrontare l’op. 131 e quando abbiamo iniziato a leggerlo ci sembrava un quartetto di Schönberg (che poi è un altro degli autori cui vorremmo dedicarci). In quel caso anche Beethoven sembra incomprensibile a una prima lettura e devi metterti a costruirlo, così come devi fare per Webern. Inoltre, tornando al tema della crescita del quartetto, affrontare l’integrale di Beethoven dà una base così forte che vale per tutto il repertorio ed è una delle esperienze più complete da un punto di vista sia emotivo che formativo, anche umanamente.

EZ: Poi il parallelo Beethoven-Novecento è chiaro, soprattutto con la Seconda Scuola di Vienna. Vi sento molto questo spirito architettonico, una musica ricercata, costruita e pensata come un enorme organismo in cui ogni anche minima componente è parte di un grande edificio. E sia in Beethoven che nella Seconda Scuola si trova preponderante un binomio tradizione (per Beethoven, Mozart e Haydn; per il Novecento viennese tutta l’eredità classico-romantica) – rivoluzione (in entrambi i casi caratterizzata da una forte audacia nello scardinare questa tradizione per aprire nuovi orizzonti).

E a Cagliari come è nata la collaborazione?

EZ: Siamo stati contattati proprio dagli Amici della Musica, mi pare in seguito al Borciani, per un concerto con un programma che includeva (ovviamente!) un Beethoven, oltre al Quartetto di Debussy e a Rosamunde di Schubert. Da lì è nato un rapporto di stima e amicizia e quando abbiamo proposto questo lungo percorso dell’integrale l’hanno abbracciato subito con entusiasmo. Sono stati tra i primi a voler condividere con noi questo progetto.

DS: Che poi, posso dire una cosa politicamente scorretta? (ridono) Non è che tutte le volte che andiamo a fare un concerto abbiamo sempre quella componente di gioia, agio, la sensazione di andare da amici. Certo, c’è sempre la componente professionale, ma a Cagliari c’è anche qualcosa di più, c’è la felicità di ritrovare quegli amici, quel pubblico, quella terra, cui sono poi particolarmente legato. Devo ammettere di aver pensato diverse volte di volermici trasferire!

EZ: Sì, è vero! C’è questo elemento conviviale che è per noi veramente splendido: ogni volta è un piacere tornare a suonare a Cagliari!

Alessandro Tommasi

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