Macerata Opera Festival 2019: Macbeth #rossodesiderio secondo Emma Dante

Antonio Cesare Smaldone intervista la regista Emma Dante, recentemente impegnata nell’allestimento di “Macbeth” in scena al Macerata Opera Festival 2019. Un interessante finestra sul percorso creativo dell’artista e occasione di approfondimento di alcune particolari scelte proposte sul palco dalla sua lettura.

La recensione dello spettacolo di Alessandro Cammarano è disponibile >QUI<

  • Partendo dal presupposto che la Regia di un’Opera Lirica sia l’atto di sintesi della più complessa forma d’arte possibile, può spiegarci il suo stile operativo? Come riesce a muovere contemporaneamente le dinamiche interiori e le azioni di Personaggi e Masse Artistiche senza venir meno alle ragioni del dettato fornito dalla Partitura?

Semplicissimo! Provo sempre a importare nell’opera musicale, il teatro. Per fare il teatro sono necessari gli attori e gli spettatori. i cantanti devono diventare attori. Di scenografie imponenti posso farne a meno. Per me il teatro deve nutrirsi di incontri ed esperienze riportate sulla scena e condivise da attori-cantanti e spettatori. Io, oltre ad essere regista, sono principalmente la spettatrice ideale della storia che dirigo. Colei che coglie gli attimi migliori e peggiori della vita. Il segno della croce che apre le danze del mio teatro non mette pace al disordinato movimento della vita. La morte è un avvenimento che accade in ogni mio spettacolo spensierato. Si gioca, si vive e a volte si muore. Nessuna resistenza alla morte che invece di fermare il circolo della vita ne inverte il percorso e lo rallenta per godere e afferrare i momenti da custodire. Tutto questo ha un destinatario: lo spettatore. Colui che riceve il messaggio, l’emozione, colui che è invitato ad essere presente in maniera responsabile, attiva e reattiva.

  • Quali sono e come si svolgono le fasi di realizzazione del suo progetto registico?

Lavoro circa un anno alla messa in scena di un’opera. Costruisco le tappe in un tempo lungo, anche con riflessioni e ripensamenti sulle scelte artistiche. Parto per esempio da un’idea che mi sembra coerente e poi magari a metà percorso modifico il pensiero, prediligendo l’incoerenza che in quel caso specifico aiuta meglio la narrazione. Poi, finalmente, in sala prove, arrivano gli interpreti e quindi i personaggi. Credo che questa sia la tappa più importante del mio processo di creazione.

Il mio percorso parte sempre da un inventario esistente, fatto dai corpi. Il loro rapporto d’identità è determinante per rappresentare e pensare, essi sono tutto, sono i riempimenti spaziali e temporali della scena. Si trasformano negli alberi di un intero bosco e riescono a far scorrere su un pavimento tutta l’acqua del mare.

  • IL rapporto indissolubile che esiste tra il Libretto e la Musica: vi è uno dei due elementi che può essere identificato come preponderante? Se sì, quale e… perché?

La musica comanda sempre. Dentro una grande opera c’è già una grande regia. Per questo motivo sono molto fedele alla musica e poco al libretto. Trovo i libretti delle opere abbastanza improbabili. Sono spesso dei pretesti per il canto. facendomi guidare dalla musica provo a reinterpretare la storia, cercando di sfuggire a passaggi a volte grotteschi della storia.

  • La Messa in Scena del proprio progetto registico come esperienza umana: un lascito ai posteri da perpetuare assieme al suo creatore o un’esperienza riservata allo spettatore contemporaneo che ne fruisce e ne ricava un imprinting emotivo?

Non credo che lascerò qualcosa ai posteri, non mi considero così importante, poi sono una regista, e per di più donna, non sono un compositore. Verdi resiste, Lina Wertmuller non so. Comunque io sono indifferente alla sopravvivenza, non me ne frega niente cosa accadrà dopo, dell’esperienza artistica mi interessa l’effetto emotivo che fa nell’immediato uno spettacolo sullo spettatore. Ogni segno è importante: una luce può avere la stessa forza di una nota. il costume è la pelle del personaggio, l’oggetto che l’attore-cantante usa sulla scena canta e si esprime tanto quanto l’attore stesso. Il contesto è lo spettacolo, questa grande macchina che ha tutti gli ingranaggi che si muovono, uno in relazione all’altro.

Alla fine sulla scena quasi sempre rimangono i resti e lo spettatore ha davanti un palcoscenico sporco di cose che sono state consumate, mangiate, srotolate, dipanate…come alla fine della giornata nei mercati di Palermo… le strade sono piene di resti, di ossa agli angoli delle piazze e nei vicoli. c’è sempre qualcosa che dà l’idea di arrivare alla fine di qualcosa che non tornerà più. Se questa cosa accade, se ogni sera c’è stato un pasto consumato – però un pasto collettivo – è avvenuto il miracolo.

  • Macbeth per il MOF edizione 2019 #rossodesiderio. Cogliendo lo spunto offerto dal riferimento social-mediatico, quali sono i 5 hashtag che ne spiegano in sintesi le peculiarità?

Non so come interpretare gli hashtag, non frequento i social ma provo a identificare 5 parole che riguardano la messa in scena del mio Macbeth

1) #maternità

2) #sangue

3) #desiderio e passione

4) #sete #fame

5) #morte

  • Nella sua Mise en Scène colpisce il riferimento a simboli e costumi che scavano in modo profondissimo la psicologia dei personaggi, senza dimenticare l’uso intenso e sapiente dei corpi anche attraverso gestualità arcaiche. Quali le ragioni di queste scelte? Perché divengono indispensabili per la conduzione drammaturgica?

Diventa sempre più difficile dividere con un taglio netto il “qui dentro” della scena e il “là fuori” del pubblico. L’altro sguardo trasforma via via il modo di raccontare una storia, le voci di un luogo, la psiche dei personaggi, la musica che evoca un particolare stato d’animo… Poiché lo spazio in cui si aggirano i personaggi è fatto di realtà che influiscono sulla vita, il “là fuori” è pieno di materia, è un luogo intriso di anima, animato, fuso con noi e non sostanzialmente separato da noi.

Ciò a cui tendo sempre è la ricerca di una semplicità che consenta al pubblico e agli attori-cantanti di incontrarsi, di costruire un legame, come un patto religioso in cui entrambe le parti si conquistino continuamente la fiducia. La semplicità che intendo non ha soluzioni facili ed è sicuramente lontana da forme di atteggiamento intellettuale e mistificatore che di solito danneggiano pesantemente la garanzia di questo legame, isolandolo in una sorta di proiezione formale.

Cerco morbosamente un contatto col pubblico, interrogandolo con insistenza sulla sua condizione di spettatore attivo.

  • L’abluzione a vista di Duncano e la fecondazione delle streghe: i due tableaux vivants che, nella sua lettura, divengono esplicativi di una ritualità dalla connotazione evidentemente opposta. Cosa rappresentano in toto? Come è arrivata alla costruzione definitiva dei singoli quadri? Perché sono indispensabili ai fini della drammaturgia?

Il bene e il male si intersecano, si incrociano. Sono due curve che in alcuni punti si toccano e in altri rimangono isolate. Il bene e il male sono due curve incrociate come una cosa sola che ha diverse direzioni. L’evoluzione dell’una ha a che fare con l’involuzione dell’altra. Non esiste un lieto fine come non può esistere un epilogo esclusivamente drammatico. Io non ci credo. Credo nella forza della sospensione dell’arte, credo nell’utopia che ogni artista è tenuto a sfiorare.

Duncano è il bene che produce Macbeth, nonostante Macbeth sia cattivo. Duncano si santifica nel momento in cui muore, per potenziare il male di Macbeth. E così le streghe, la cui opera grande ha a che fare con la nascita, in verità predicono la morte.

  • La croce di Cristo che vediamo in Scena. Perché è necessaria, cosa implica la sua apparizione al centro del Palcoscenico?

La croce è l’elemento più innovativo che io conosca, in scena è un oggetto antico e nello stesso tempo attuale, moderno, certamente più della lattina di coca cola.

  • Consideriamo due passaggi fondamentali: il primo è [Fatal mia donna…] che connota il comando ricevuto rispetto al più efferato tra i delitti di sangue perpetrati nella vicenda; il secondo è [Nessun nato di donna…] che seduce il reo tronfio e così lo inganna, condannandolo al destino prescritto. Da un lato una donna che ordisce per controllare il destino delle vite, comandando la morte; dall’altro una donna che non può sottrarsi al sacrificio di sé stessa generando la vita che, in quanto letteralmente strappata dal ventre, sarà quella di colui che potrà compiere il destino per cui il sacrificio della genitrice era necessario. Due donne estreme, accomunate dal sangue, dalla vita e dalla morte.

Quanto di queste due donne c’è in Emma Dante che, da Regista, ha il compito di organizzare e controllare i destini degli Artisti in Scena e che, da Artista, accetta di morire ogni volta perché il frutto di sangue e amore possa vedere la luce?

Sento di assomigliare a entrambe. Croce e delizia.

Antonio Cesare Smaldone

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