Ravenna: Serse di Händel, un fascino che attraversa i secoli

Tanto innovativa ai suoi tempi quanto legata al passato, Serse è un’opera di Georg Friedrich Händel poco frequente sui palcoscenici italiani, ma nelle rare occasioni in cui viene proposta non manca di entusiasmare il pubblico: ad affascinare gli ascoltatori è soprattutto la ricchezza zampillante delle arie, molte e in gran parte brevi e senza “da capo”, così come la commistione sagace di serio e buffo.

Tali caratteristiche affondano le radici nel teatro veneziano del Seicento, dalla cui florida produzione il libretto fu ripreso, consistendo in una rielaborazione anonima (ossia dello stesso Händel) di quello di Silvio Stampiglia per Giovanni Bononcini nel 1694, a sua volta tratto da quello di Nicolò Minato per Francesco Cavalli (1654); ma l’effetto era dirompente, in un’epoca in cui il teatro musicale sottostava alle rigorose norme dettate da Metastasio e Apostolo Zeno. Lorenzo Bianconi, nel denso saggio pubblicato sul programma di sala delle recenti rappresentazioni a Ravenna, attribuisce tuttavia non tanto a questo, quanto a una generale stanchezza del pubblico inglese nei confronti del melodramma italiano, l’insuccesso dell’opera; sta di fatto che dopo la prima, avvenuta nel 1738 al King’s Theatre di Londra, e quattro risicate repliche, per duecento anni di Serse non si sentì più parlare.

Riportato in scena in Germania nel 1924, il titolo händeliano approdò in Italia nel 1962 alla Piccola Scala in rappresentazioni memorabili che vedevano interpreti, tra gli altri, Luigi Alva, Mirella Freni al debutto scaligero, Rolando Panerai e Fiorenza Cossotto, sul podio Piero Bellugi; da allora, l’opera ha avuto una limitata serie di allestimenti, restando nella memoria collettiva soprattutto per l’aria d’apertura del protagonista, «Ombra mai fu», che ebbe e ha tuttora una sua autonoma diffusione (è conosciuta impropriamente anche come Largo di Händel): un’aria dal contenuto singolare, dedicata com’è al platano amato dal re persiano. Peraltro, al regno di Serse nell’opera quasi non si accenna e gli accadimenti storici hanno ben poco a che fare con la vicenda, che si impernia invece sul groviglio amoroso che si sviluppa tra i protagonisti.

In questi giorni è approdata al Teatro Alighieri di Ravenna la nuova edizione di Serse coprodotta da Ravenna Manifestazioni con I Teatri di Reggio Emilia, il Municipale di Piacenza e il Comunale di Modena, ed è stata premiata da un caloroso successo.

Merito dell’inventiva e del supremo talento di Händel, che «è uno di quei compositori che arrivano a parlare al cuore», come ha dichiarato il direttore Ottavio Dantone parlando di un fascino che si conserva inalterato nei secoli; merito di un’esecuzione musicale pressoché impeccabile e di una regia che, pur collocandosi «al di là della narrazione-interpretazione», per dirla con Gabriele Vacis che l’ha realizzata, ha mostrato di avere una indubbia presa sugli spettatori.

L’impianto ideato da Roberto Tarasco si sviluppa su tre livelli visibili; due sono, diremmo, più concreti: in basso l’orchestra e appena sopra i cantanti che sono sempre in scena, tra pochi elementi come qualche console e un turbinio di indumenti che vengono continuamente messi e tolti, forse per sottolineare come alcuni dei ruoli principali siano en travesti. I

n alto regna l’astrazione, con una trentina di giovani attori che commentano l’azione con movimenti di vario genere, spesso frutto d’improvvisazione. In alternanza, si vedono proiezioni di volti o di scene di natura; protagonista di queste è un maestoso platano torinese che, come ha ricordato Vacis, per curiosa coincidenza fu piantato proprio nello stesso anno della prima di Serse, il 1738, e che in vista delle rappresentazioni è stato fotografato e filmato nel trascorrere delle stagioni.

A realizzare la parte musicale, sulla nuova edizione critica a cura di Bernardo Ticci, era chiamata l’Accademia Bizantina con Ottavio Dantone, suo direttore musicale dal 1996.

L’ensemble, tra i più accreditati per le esecuzioni di musica barocca con strumenti antichi, e il direttore e clavicembalista, grande esperto di questo repertorio, hanno impresso all’esecuzione un passo vivido e serrato, con sottolineature strumentali di pregio, in una linea interpretativa rigorosa quanto coinvolgente. Con loro, un ottimo cast, che vedeva spiccare soprattutto il soprano Arianna Vendittelli nel ruolo di Serse (originariamente sostenuto dal celebre castrato Caffarelli), con bel timbro pieno e disinvolta padronanza delle agilità; ma degni di lode erano tutti, da Marina De Liso nell’altro ruolo en travesti, quello di Arsamene, fratello del re, a Delphine Galou (Amastre, che alla fine sposerà Serse), che nonostante il ridotto volume della voce esibiva grande musicalità e padronanza tecnica, da Francesca Aspromonte, vivace e civettuola Atalanta, innamorata di Arsamene, a Monica Piccinini (Romilda, che ama anch’essa Arsamene e lo sposerà benché sia concupita dal re); nei due ruoli maschili hanno offerto un’ottima prova Luigi De Donato (Ariodate, padre di Romilda e Atalanta) e Biagio Pizzuti (l’unico personaggio dai tratti buffi, Elviro, servo di Arsamene).

Patrizia Luppi
(10 gennaio 2020)

La locandina

DirettoreOttavio Dantone
RegiaGabriele Vacis
Scene, costumi e luciRoberto Tarasco
Personaggi e interpreti:
SerseArianna Vendittelli
ArsameneMarina De Liso
AmastreDelphine Galou
RomildaMonica Piccinini
AtalantaFrancesca Aspromonte
AriodateLuigi De Donato
ElviroBiagio Pizzuti
Orchestra Accademia Bizantina

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