Vicenza: la poesia del suono di Bronfman, un pianista integrale

A ritroso nell’Ottocento, dall’ultimo decennio del secolo, quando Debussy metteva a punto la Suite Bergamasque, al fatale autunno del 1828, in cui Schubert consegnava al mondo non il suo canto del cigno, ma un’impressionante collana di canti del cigno. Collana della quale le ultime tre Sonate per pianoforte sono forse le gemme più meravigliose. Con una tappa intermedia riferita a Schumann e alla primavera del 1839, quando a Vienna il compositore tedesco realizzava d’impeto una delle sue composizioni più affascinanti e neglette dai programmi concertistici, la Grande Humoreske op. 20, sintesi febbrile e probabilmente già patologica di sogno, esaltazione e sconforto.

Elemento comune, extra-musicale ma probabilmente indispensabile per capire, il dato biografico singolarmente coincidente di questi tre autori nel momento in cui creavano queste partiture: il tramonto della giovinezza per quanto riguarda Debussy e Schumann, il drammatico passaggio dalla giovinezza alla morte nel caso di Schubert. Il francese aveva 28 anni quando metteva mano alla Suite, il tedesco era vicino a compiere i 29 quando scriveva l’Humoreske. E il viennese aveva 31 anni, ma due mesi appena da vivere ancora, quando nel settembre 1828 concludeva la Sonata in Do minore.

Così era congegnato il programma del recital tenuto dal pianista Yefim Bronfman per la Società del Quartetto al teatro Comunale di Vicenza: profondità di visione storica, ricchezza di suggestioni stilistiche, complessità nelle “visioni” del suono. Un percorso affascinante dentro alla molteplicità della tastiera, dal tramonto all’alba del periodo romantico. Percorso non esaustivo, naturalmente, ma intessuto di momenti fondamentali, di piccole e grandi rivelazioni trasformate in altrettante sfide interpretative. Vetrina di un pianismo di altissima qualità tecnica e di straordinaria forza comunicativa, con il viatico della sovrana duttilità musicale che è probabilmente il lascito più pregiato della grande scuola alla quale il sessantenne Bronfman si è formato negli anni Settanta a New York, quella di storici “emigrés” come Rudolf Serkin e Rudolf Firkusny, fuggiti dal nazismo alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Un segno generazionale preciso: sempre più il pianismo internazionale, mai come oggi affollato di stelle, tende a essere “riduzionista” e selettivo. Il repertorio non è più ad ampio raggio, ogni interprete ha pochi autori d’elezione e rispetto ad essi allarga con grande cautela il suo raggio d’azione. Si va ad ascoltare il Bach di questo, il Beethoven di quello, lo Chopin o il Brahms di quell’altro. E quando questi esecutori escono dal recinto, troppo spesso la qualità non è più la stessa.

Yefim Bronfman, invece, è un grande pianista “integrale”. Dopo una serata come quella del Quartetto, si esce con la curiosità di ascoltarlo suonare qualsiasi altro compositore, perché un recital del genere dimostra quanto abbia da dire, e da rivelare, qualsiasi sia l’autore che affronta. Questa sovrana compiutezza, questa maturità così eloquente, nasce dalla sofisticatezza di una tecnica che non è soltanto fluida e agile, ma è prodigiosamente duttile sul doppio versante della qualità e della dimensione del suono.

Il colore incarna la poesia di ciascun autore con una limpidezza a tratti addirittura commovente. È elegante con un tocco di trasognata nonchalance in Debussy e nelle sue “peripezie” intorno alla tradizione antica, fino al virtuosismo con cui il Clair de lune sembra una volta per tutte affermare quale tinta debba avere quella luce inafferrabile ed enigmatica. È denso e irruento in Schumann, nel cui Humoreske si coglie tutta la sottigliezza di un tocco che non sembra conoscere limiti nel disegnare paesaggi sonori, dal pianissimo quasi impercettibile eppure magnificamente timbrato a un fortissimo sempre comunque nobilitato dalla rotondità dell’eloquio, dentro a un fraseggio magistrale nel dare spazio a tutte le voci, ma specialmente a quelle interne alle linee principali, che innervano la complessa trama dell’invenzione schumanniana e la rendono particolarmente coinvolgente. È lucidamente partecipe nella Sonata in Do minore di Schubert, della quale Bronfman dipana la forte tensione emotiva in un gioco sofisticato di “complicità” e rigore analitico che si tengono in equilibrio dentro alla meravigliosa forza interiore del suono.

Pubblico avvinto, applausi e chiamate calorosissimi e alla fine prolungati. Da Bronfman, quasi volesse chiarire quanto la sua prima esperienza vicentina gli fosse stata gradita, bis in serie come di rado accade. Sempre pensati e accuratamente distillati. Prima la Sonata in Do minore di Scarlatti, con la sua atmosfera notturna e meditabonda, a continuare il discorso schubertiano (nella stessa tonalità) con altri mezzi espressivi e con una raffinatezza di mezze tinte rara a sentirsi; poi la brillantezza dell’ultimo pezzo del Carnevale di Vienna op. 26 di Schumann, contraltare estroverso della fremente interiorità dell’Humoreske. Infine, due dei più noti Studi dall’op. 10 di Chopin, il n. 3 e il n. 12: la forza trascinante dell’antiretorica in un discorso che non trascura nulla dei valori musicali.

Cesare Galla
(9 marzo 2019)

La locandina

PianoforteYefim Bronfman
Programma:
Claude Debussy
Suite Bergamasque
Robert Schumann
Humoreske
Franz Schubert
Sonata in Do minore D 958

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