Fabio Vacchi: «Ricondurre il linguaggio alla naturalità del nostro corpo»

Dal 5 al 10 febbraio prossimi laVerdi omaggerà ​Fabio Vacchi, da cinque anni suo compositore residente ​attraverso una rassegna che porta il titolo suggestivo di “Luoghi immaginari nella Milano di Fabio Vacchi​”, occasione imperdibile per fare al Maestro qualche domanda.

  • LaVerdi ha compiuto venticinque anni, si potrebbe dire che ha definitivamente raggiunto la maggiore età pur restando un’orchestra giovane. È un traguardo o un punto di partenza?

Più che di inizio e di fine mi piace pensare a una confluenza, alla metamorfosi di un continuo divenire. Penso al grande entusiasmo che accompagnò la spinta costruttiva straordinaria di Delman e Corbani, con Chailly che portò l’orchestra a una compattezza, a una densità di suono in cui si riconobbe il profilo internazionale del timbro, omogeneo e ricco insieme, segno delle grandi compagini.

Quel ciclo ne sta aprendo un altro, di cui si possono solo immaginare obiettivi e prospettive, con Ruben Jais che tanto ha lavorato anche nella venticinquenne “prima vita” della Verdi. Io lo conosco da sempre, ed ebbi modo di constatare la sua indiscussa preparazione e sensibilità quando diresse, in Scala, il coro dei proprietari terrieri in Teneke. La mia opera prevedeva infatti un coro aggiuntivo di 12 persone, che si inserisse nella partitura insieme al grande coro scaligero, già impegnato dalla mia scrittura decisamente imponente. Poi per la Verdi Jais aveva diretto il mio Prospero o dell’armonia, che era stato battezzato da Chailly in Scala. Insomma, certo si apre una nuova fase, ma conto sulla continuità con un passato davvero importante.

Penso alle tante punte di diamante, tra cui mi piace ricordare l’Ottava di Mahler diretta da Chailly nel 2013 fondendo l’orchestra Verdi con l’orchestra della Scala. Ma penso con altrettanta ammirazione ai tanti eventi, ai tanti concerti, con altrettanti, variegati ospiti. Quello che mi auguro è che la Verdi non perda quello straordinario contatto con il territorio, accresca ancor più le fasce di incontro con un pubblico anche giovane e scolastico, che la rendono una dimensione utopica da difendere con tutte le forze. E i milanesi dovrebbero unirsi compatti nel renderlo un esempio di cultura attiva, malleabile, capace di contenere il classico, il barocco, il contemporaneo, il jazz. Poche sono le orchestre così duttili. E l’impegno degli orchestrali, ma questo vale anche per tante altre compagini italiane, è assoluto. Bisogna uscire dalla retorica degli orchestrali svogliati, per riconoscere invece un impegno vero, profondo.

  • Da cinque anni lei è Compositore Residente de laVerdi, quali sono stati i momenti per lei più significativi di questa collaborazione stretta?

Ricordo con vera commozione sia Irini, esselam, shalom, un melologo pensato per la voce di Moni Ovadia che recita durante il brano sinfonico ma alla fine si scioglie in un canto yddish. Un pezzo cui sono molto legato, tanto più di questi tempi. Avevamo estratto dalla Bibbia, dal Vangelo e dal Corano le tante frasi che inneggiano alla pace e stigmatizzano ogni forma di violenza e di costrizione nella fede. A smentire la manipolazione politica che di questi testi sacri è stata fatta da pensieri faziosi. Le civiltà non si scontrano, si incontrano. Questo ho sempre pensato e questo ha espresso un brano che dedicai al grandissimo medico, mio indimenticabile amico, Alberto Malliani.

Alla Veronica Franco, su testo di Paola Ponti, sono anche molto affezionato. Diresse un’orchestra davvero partecipe, e preparata ad affrontare un pezzo complesso, Claire Gibault, con cui ho affrontato grandi avventure professionali a Lione, a Parigi, a Bologna, alla Scala, e non solo. Ci univa e ci unisce anche l’amore per Claudio Abbado che le passò la bacchetta per un Pelléas di Debussy (con cui Claire inaugurò tra l’altro anche l’Orchestra della Rai di Torino), a Londra, e con cui selezionò gli strumentisti per l’Orchestra Mozart. Anche Veronica Franco è un melologo, che l’anno scorso è stato ripreso alla Fenice, nel quale, però, oltre alla voce recitante c’è una cantante che intona le poesie originali di questa straordinaria poetessa, cortigiana, protofemminista del Cinquecento veneziano. Ancora devo citare Sull’acqua. Sotto di noi il diluvio, su testo di Michele Serra, recitato da Lella Costa. A dirigerlo fu ancora Claire.

  • Tra pochi giorni proprio laVerdi la festeggerà con un ampio ciclo dedicato ad alcune tra le sue composizioni più significative. Ce n’è qualcuna alla quale è maggiormente affezionato?

Fare questa domanda a un compositore è davvero metterlo sulle spine. E’ difficile scegliere. Sono legatissimo a ogni mio pezzo. Con le viscere. Forse posso focalizzare, nell’ampio raggio dei concerti a me dedicati dalla Verdi, i pezzi che più mi hanno legato ad amici, interpreti, platee, spazi a me cari.

Comincio col ricordare Presto da boschi e prati, scritto per Il Mestiere delle armi di Olmi, o Dai calanchi di Sabbiuno, che vennero utilizzati sia dallo stesso Olmi che da Patrice Chereau, in veste orchestrale, quando mi chiese le musiche per il suo film Gabrielle. Abbado li sentì nella versione cameristica che viene proposta in questa settimana a me dedicata, e ne fu così impressionato da chiedermene la versione per grande orchestra che fece il giro dell’Europa. Diretta da Ivan Fischer, primo concerto a Sarajevo dopo l’assedio dei serbi, suscitò una tale commozione che parte del pubblico si mise a piangere. Qualche anno fa, a Aix-en Provence, diretto da Paavo Järvi, ci fu uno stuolo di studenti che mi chiesero di poterlo analizzare con me.

Cosa che feci nei giorni successivi! Il 27 gennaio scorso è stato eseguito invece nella versione per piccola orchestra, la seconda delle tre esistenti, che feci dopo la commissione per Abbado con la compagina molto estesa. E’ stato proposto nel giorno della memoria, a Pesaro, diretta da Alessandro Cadario, che mi piace sia stato una delle prime bacchette del Sistema Musica voluto dallo stesso Abbado. E’ un brano eseguitissimo dedicato alla memoria di cento partigiani fucilati dai nazifascisti fuori Bologna. Io passando di lì sentivo le loro voci, il loro canto, e pensavo che la loro sofferenza non fosse stata vana. Perché da lì era scaturita la nostra democrazia, il nostro benessere. Ora, vedendo come va il mondo, me lo auguro, che non sia stata inutile la loro atroce fine. Ma dobbiamo impegnarci tutti ogni giorno per non dimenticare.

Anche il ciclo dei Luoghi immaginari ha avuto moltissime esecuzioni, tra cui ricordo quella di Harding al Mozarteum di Salisburgo. E sono stati, con i Calanchi, al centro della monografia che mi dedicò MITO nel 2014. Sono felice che a dirigere tutti i miei lavori sia Carlo Boccadoro, non solo per la stima che ho di lui come compositore e interprete, ma anche perché ha già diretto molte volte mie cose. E per ciò che ha fatto per la musica contemporanea, intesa non come categoria restrittiva esteticamente, ma nel senso etimologico: musica d’oggi. Senza chiusure, con competenza e apertura mentale.

  • Il suo modo di comporre ha creato una cesura con la scuola che l’ ha preceduta e nello stesso tempo ha influenzato e influenza la successiva. Quanto è difficile un percorso compositivo, che è naturalmente anche un percorso intellettuale, diverso dal precedente? 

Il più bel complimento l’ho ricevuto da Jean Jacques Nattiez quando dichiarò: «grazie a Fabio Vacchi per avere aperto una strada alla musica del XXI secolo». Lo scrisse sul programma di sala di Teneke alla Scala. Con lui, e con tanti musicologi e neurologi, ho studiato, riflettuto sull’avanguardia strutturalista che secondo me ha rivestito un ruolo indispensabile ma si è poi irrigidita su diktat assurdi.

La necessità di una tabula rasa, l’ossessione del divieto, divieto della consonanza, della tradizione, della reminiscenza, della citazione, e di tante altre urgenze espressive, ha costretto la musica a rinnegare se stessa. E ha perso il pubblico. Che ora ritorna, eccome. E ti scrive, e ti ringrazia. Ma siamo noi che dobbiamo ringraziare le rivendicazioni degli ascoltatori, che hanno cominciato a parlare, fuori dai dogmi. Perché il linguaggio non può essere solo arbitrario. Certo deve inventare, rinnovare, ma deve anche mantenere una forza comunicativa con chi ascolta. Sicuramente c’è il rischio dell’ammiccamento e della banalizzazione, rischio altissimo, e secondo me indotto per contrasto proprio dall’avanguardia.

Ma è molto semplice. Basta non cedere. Basta mantenere la raffinatezza e la complessità del linguaggio come patrimonio peculiare e nobile ereditato dalla musica colta. Ma senza negare la bellezza, la tradizione, l’emozione, gli affetti, la comunicazione, la sapienza nel metabolizzare il passato classico ed etnico. Ci sono molti compositori oggi che con me lo stanno facendo, in tutto il mondo. Non sono riusciti a censurarci, a impedirci di vivere, ma bisogna tenere alta l’attenzione perché il desiderio di ogni forma di potere di distruggere la libertà è sempre fortissimo e pericolosissimo.

  • Il prossimo 8 febbraio sarà presentata in Prima Italiana la nuova versione del suo Concerto per Violino, con il titolo “Natura Naturans”. Quali sono le differenze rispetto alla prima composta per il Petruzzelli e qual è il suo rapporto con l’ambiente e le scelte che lo condizionano?

Proprio grazie a Francesco D’Orazio, che ha eseguito la prima versione del Concerto per violino a Bari, diretto da John Axelrod, nel 2016, ho potuto entrare nella partitura come si può fare, veramente, solo dopo un’esecuzione. Così ho sentito il bisogno di apportare delle modifiche, tra cui un’introduzione orchestrale, un taglio della cadenza che collegava il primo e il secondo tempo e un’infinità di sostanziali modifiche nelle dinamiche, per mettere più in risalto le melodie interne della parte orchestrale.

Chi conosce la mia musica sa quanto le dinamiche, in un range di sfumature quasi infinitesimali, siano fondamentali, direi strutturali per quanto incidono sul timbro, che a sua volta supporta e sostanzia le altezze dei suoni. Ero in mezzo alla natura, nella mia amata Ossola, custode di uno dei momenti storici più alti della nostra nazione, e i suoni, i rumori, i silenzi mi spingevano ad andare a ritoccare, e ancora a perfezionare il pezzo, per renderlo più naturale. Allora, in questa seconda versione, l’ho sentito completamente mio. Una delle mie battaglie è sempre stata quella di ricondurre il linguaggio alla naturalità del nostro corpo, a ciò che mente e orecchie possono comunicare e recepire. L’avanguardia ha spesso sopravvalutato l’astrattezza concettuale.

Ma ci sono state aree materiche di ricerca che, se inserite nella maestria tradizionale, possono davvero creare squarci nuovi, che in realtà sono antichissimi perché si legano a questa natura da noi tanto vilipesa. Il contatto con la natura, con i canti di quei posti, e nel mio concerto c’è molta eco di musica etnica, il contatto con gli amatissimi animali, da sempre torturati e schiavizzati dall’uomo, mi ha fatto ripensare il concerto. Esasperando ancor più l’anelito a uno stile e a un’estetica in sintonia con la natura.

  • È un dato oggettivo che la sua musica è entrata nelle stagioni e nelle programmazioni non specialistiche, al di fuori delle rassegne dedicate alla produzione contemporanea.

La musica è sempre stata contemporanea, finché non è nato il genere della musica contemporanea.

Solo grazie al fatto che il mio lavoro è entrato nelle stagioni tradizionali ho ricreato un vero rapporto col pubblico. L’ho imparato anche da grandi maestri del cinema, come Olmi e Chereau, con i quali ho avuto il privilegio di collaborare. E questo vale per i tanti colleghi che stimo, e per i giovani, che ci sono e sono straordinariamente talentuosi e lucidi. Per questo insegno alla Scuola di Fiesole. Perché, oltre alla mia musica, ogni volta analizziamo opere di altri compositori viventi, la maggior parte dei quali, per una mia scelta che corrisponde a criteri di qualità, viene eseguita nei circuiti allargati, non in serragli autoreferenziali.

  • La Musica è Verità: se facciamo nostro questo assunto la medesima verità va estesa allo studio e all’esecuzione. In questi ultimi tempi stiamo assistendo, da parte di alcuni “studiosi” a tentativi goffi di demolizione di capisaldi, primo fra tutti Mozart. A chi giova questa iconoclastia fatua?

Non c’è da stupirsi che in giorni come questi, dove la malafede arriva a essere virale, ci siano tentativi di distruggere i nostri valori, i capisaldi in cui crediamo.

Nel giorno della memoria della Shoah c’è sempre chi salta fuori a dire, e allora Stalin? Che c’entra, chi nega i delitti di Stalin? Ma noi parliamo di cose che hanno toccato il nostro Paese, e di quelle, in una giornata dedicata, vogliamo parlare. A quelle vogliamo pensare. Perché quando passavo, da bambino, vicino a Sabbiuno e mi parlavano di quei martiri cui ho dedicato i Calanchi, era dei miei genitori, dei miei nonni che quelle voci mi parlavano.

Ecco, se ogni giorno c’è qualcuno che si scaglia contro le acquisizioni scientifiche o nega l’olocausto, non c’è da stupirsi che vi siano “studiosi laureati” che vogliono ridimensionare la grandezza e l’autenticità di un sommo compositore, per di più estremamente impegnato anche sul piano umano e valoriale, come Mozart. Oltretutto, in nome di una musica italiana che Mozart amava molto, si pensi solo a Paisiello, e che non ha proprio bisogno di denigrare un genio per conquistare ciò che le spetta di diritto.

Alessandro Cammarano

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