L’insaziabile Cecilia

Metti una sera a Firenze, sul principio di ottobre e sul bordo di un abisso che confidiamo di evitare.

Dentro un cubo di cemento, dall’aspetto poco rassicurante, si ascoltano cori da stadio.

Un uomo di mezza età attraversa di corsa la platea (siamo in un teatro!) e punta deciso al palco. Sparge baci nell’aria e parla da solo, come un posseduto. Forse nella vita è direttore di banca o magari un severo professore di estimo; eppure stasera è solo un amante di una donna sui cinquanta, vestita di piume, che ricambia i suoi baci e saluta la folla in piedi che acclama il suo nome.  Scene che non si vedevano dai tempi dell’estinzione delle gloriose boy band targate anni Novanta.

Una scena che assomiglia a un presepe laico riesce forse a spiegare il mistero del fenomeno “Cecilia Bartoli”, meglio dei milioni di dischi venduti nel corso di una carriera che ha spaziato dal Barocco ai brani dello Zecchino d’Oro.

Sorge allora spontanea la domanda più marzulliana di sempre: quali sono le ragioni di questo inarrestabile e imperituro successo?

La risposta, invece, non è marzulliana o almeno non vorrebbe esserlo.

Ma andiamo per gradi, seguendo quel percorso iniziatico che gli antichi compivano nell’ascesa del Monte Olimpo che tutte le divinità conteneva.

Con tutto il sacro rispetto che la figura della Signora Bartoli impone, si può dire, con una certa tranquillità, che il suo successo non sia figlio di quelle qualità che caratterizzano il suo mestiere o almeno di quei comuni mortali che usiamo chiamare cantati.

Non si tratta di valutare l’estensione della sua voce o la sua presenza scenica. In fondo anche la pur ragguardevole longevità artistica non è qualcosa che faccia davvero la differenza.

Ciò che segna la santità di Cecilia attiene a una dimensione più intima della sua persona, qualcosa che la accomuna ai comuni mortali che vanno in visibilio durante i suoi spettacoli. I latini la chiamavano fames, quella spinta che costringeva le divinità dell’Olimpo a scendere la vetta del monte, attraversati da desiderio insaziabile di cibi succulenti o magari di sesso proibito.

La fame è una sensazione che accomuna tutti i viventi e non solo all’ora del pranzo o della cena o quando certi pruriti diventano insostenibili.

Quell’insaziata voglia di colmare il vuoto che accompagna la vita dei viventi dal momento in cui vengono al mondo. Non a caso, a giudizio di alcuni, la stessa idea di Dio nasce proprio da quella voragine che ci muove le viscere.

Cecilia Bartoli è certamente una donna affamata, lo comprendi da come muove gli occhi al quinto bis di un concerto che l’ha già vista ricolma di applausi.

Non è fame di denaro, che pure meritatamente raccoglie, e in fondo neppure di applausi a cui è forse assuefatta. Se l’oggetto della sua fame resta forse oscuro anche per lei, è certo che quella fame si plachi solo sopra un palco. O grazie a un palco. Che si tratti di cantare Handel o le canzoni dello Zecchino d’oro.

Usando un motto, questa volta marzulliano, si potrebbe azzardare che sia la fame a dare la fama.

E allora i viventi erranti in questo modo liquido e difficile, davanti al palco in cui la pantagruelica Cecilia si sazia con la stessa intensità di una bestia feroce, sognano il coraggio di saziare la fame che li tormenta da quando sono nati. Che si tratti di un bacio per toppo tempo trattenuto o del sogno di vedere pubblicato un libro arrotolato nel cassetto o anche solo della pizza al trancio di Spontini (giusto per restare in tema). In questi giorni c’è l’offerta due al prezzo di uno.

Basta solo avere la giusta fame.

Marco Ubezio

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