Buon compleanno Frau Silja!

Sono molti i ricordi che conservo di Anja Silja (Berlino, 17 aprile 1940), il soprano tedesco, che fu bambina prodigio e che – istradata sulla via di Wagner dal nonno – iniziò precocemente una straordinaria carriera.

Uno in particolare mi riporta a Zurigo, nella piccola e confortevole sala dell’Opernhaus. Era il 17 aprile 1998: in cartellone Jenufa di Leos Janacek, opera cui nell’autunno del 2001 la cantante berlinese è tornata, con straordinario successo, al Covent Garden di Londra sotto la direzione di Bernard Haitink accanto a Karita Mattila, Eva Randova, Jorma Silvasti e Jerry Hadley. La regia dello spettacolo, proveniente da Amburgo, era di Olivier Tambosi, scene e costumi di Frank Friedrich Schlossmann. E’ stata registrata da Warner Classics che ne ha prodotto un’edizione in CD.

Anja Silja Langwagen iniziò a cantare molto presto e, dall’età di otto anni, iniziò il vero e proprio apprendistato e lo studio del canto.

Due anni dopo, a dieci anni soltanto, avvenne la prima apparizione pubblica come Liederista. Quella sulle scene operistiche non si fece attendere troppo ed ebbe luogo nel 1956 alla Städtische Oper di Berlino Ovest. Il personaggio era quello volitivo di Rosina ne Il barbiere di Siviglia di Rossini. Dopo aver cantato nei teatri di Braunschweig, Stoccarda e Francoforte sul Meno, la carriera della piccola Anja si sviluppò sui grandi palcoscenici europei: nel 1958, debuttò alla Wiener Staatsoper come Königin der Nacht in Die Zauberflöte diretta da Karl Böhm accanto alla Pamina afroamericana di Leontyne Price, e nel 1960 al Festival di Bayreuth, dove fu, per la prima volta, Senta in Der fliegende Holländer sotto la direzione di Wolfgang Sawallisch e per la regia di Wieland Wagner di cui la bella Silja diventò consigliera e amante.

Per tornare alla Jenufa di Zurigo, però, alla testa dell’Orchestra stabile dell’Oper der Stadt era uno dei più interessanti giovani direttori del momento, Franz Welser-Möst. Lo spettacolo era di grande impatto, una regia molto sottile, la firmava Reto Nickler con delle scenografie e dei costumi molto belli di Christoph Rasche. Uno spettacolo con i fiocchi, tanto più che nei due ruoli principali erano state messe a confronto due stelle della lirica, la bulgara Gabriela Benackova, nel ruolo del titolo e Anja Silja, appunto, che faceva la matrigna di Jenufa, la Kostelnicka, in altre parole la sagrestana del paese in cui si consuma l’azione di quest’opera così rappresentativa dell’arte del grande musicista moravo.

Come dire, due primedonne a confronto. L’una, classe 1944, grande specialista del repertorio slavo, nel ruolo della figlia, l’altra, classe 1940, berlinese, ex “enfant prodige”, nota soprattutto per il suo legame con Wieland Wagner che la scoprì giovanissima, se ne innamorò perdutamente e la fece debuttare ventenne al Festival di Bayreuth – Senta nel Vascello fantasma del celebre nonno -, affermando provocatoriamente che l’avvento sulla sacra collina di quella che fu subito ribattezzata die Hure des Kurfürstendamms, la puttana della Kurfürstendamm, la principale strada di Charlottenburg, Berlino Ovest, significava la fine delle oche borghesi del Belcanto.

Bene questa signora della Kurfürstendamm, quella sera festeggiava il suo compleanno sul palcoscenico. Aveva lasciato i ruoli delle fanciulle angelicate, le wagneriane Senta, prima di tutte, ma a ruota, Elisabetta nel Tannhäuser, Elsa nel Lohengrin o la piccola Eva nei Maestri cantori di Norimberga, per quelli delle madri, delle matrigne, se non delle streghe. E quindi, per restare in zona Wagner, Ortrud nel Lohengrin ma anche la schönberghiana donna in attesa di Erwartung, Erodiade nella Salome o la terribile nutrice nella Donna senz’ombra, e passiamo a Richard Strauss o, in zona slava, l’enigmatica Emilia Marty dell’Affare Makropoulos di Leos Janacek o, per l’appunto, la sagrestana infanticida di Jenufa.

C’è da dire, a proposito di questo lavoro, che il titolo originale del dramma contadino di Gabriela Preissova da cui Janacek trae ispirazione per l’opera, non è Jenufa, ma “Jeji pastorkyna” ovvero la sua figliastra. Come dire, anche se non ne conosciamo il nome, anche se la sua è una funzione, educativa se non etico-religiosa, all’interno della comunità rurale cui appartiene, il centro di questo microcosmo, e quindi dell’opera, è lei, la matrigna. Non a caso Janacek riserva a Jenufa l’apertura e la chiusura del suo capolavoro, ma le scene più drammatiche, e centrali, sono, inequivocabilmente, della terribile sagrestana.

Anja Silja, che entrava in palcoscenico solo a metà del primo atto, dimostrò in quell’occasione di avere ben presente che con lei entrava in scena la vera protagonista della serata. E recitò e cantò in modo tale da rubare la scena a tutti, in primis a colei che stava seduta sul titolo dell’opera, la mite, ma fino a un certo punto, Benackova. Al termine della rappresentazione, dopo numerosissime chiamate, il maestro Welser-Möst impose il silenzio e consegnò alla signora un mazzo di fiori: “la signora Silja festeggia questa sera il suo compleanno” disse. “Approfittiamo per farle un bell’applauso.”. Ancora applausi. Bacio del maestro, bacio dei colleghi, la Benackova, se solo avesse potuto, avrebbe preso un bel bastone, di quelli che i contadini moravi adoperavano nel paesino della Slovacchia in cui si consuma l’azione dell’opera, e glielo avrebbe dato in testa. Ma sorrideva. E applaudiva.

Il giorno successivo, mentre mi dirigevo verso la stazione per rientrare in Italia, chi t’incontro? Ma lei, naturalmente. Anzi, loro due, un uomo giovane e la primadonna, mano nella mano. Come Emilia Marty, la primadonna senza età, Anja Silja ha fatto un’altra vittima, mi sono detto.

L’anno successivo Anja Silja dava alle stampe per i tipi della Parthas Verlag di Berlino la sua biografia (pagg. 311, s.i.p.), dettata a Hubert Ortkemper, regista e autore teatrale, presto arrivata alla quarta ristampa. Titolo dell’opera, “Die Sehnsucht nach dem Unerreichbaren”, ovvero la nostalgia dell’irraggiungibile, sottotitolo “Wege und Irrwege”, percorsi ed errori. Che titolo! E che sottotitolo! Complimenti, signora, questo sì che vuol dire avere carattere.

Nipote della cantante Paula Althof e figlia di un’attrice drammatica, Anja Silja – non è un nome d’arte – fu iniziata alla disciplina musicale in giovanissima età dal nonno Egon van Rijn. Il suo esordio avvenne a dieci anni con un concerto al Titania Palast di Berlino. Nel 1956 entra stabilmente nella compagnia di Braunschweig dove il suo primo ruolo è quello di Rosina, la quindicenne pupilla del Dottor Bartolo che canta, in tedesco naturalmente, la celebre aria della vipera.

Prima ancora di debuttare racconta la signora Silja nella sua biografia, era il fenomeno della città. Il motivo? Semplice: nel Barbiere di Siviglia rossiniano, ma subito dopo anche in Carmen di Bizet – Don José lui, Micaëla, la noiosissima fidanzatina navarrese, lei – e poi ancora nell’Arianna a Nasso di Richard Strauss – il dio Bacco, lui, la soubrette Zerbinetta, lei – Anja Silja era la partner dell’idolo di tutte le ragazze del posto, il tenore  americano Jean Cox, bello, giovane, corteggiatissimo. La baby primadonna non tarda a innamorarsi del fusto made in Usa che sembra gradire. Inizia una lunga carriera di debutti e di amori.

Con quel temperamento e con quel fisico i ruoli di coloratura, e fra questi c’è anche la classica Regina della Notte nel Flauto magico di Mozart al Festival francese di Aix-en-Provence (1959), vengono ben presto abbandonati, grazie all’incontro con Wieland Wagner che dopo averla scelta per il Vascello fantasma (1960 e 1961), le affida a Bayreuth Elsa ed Elisabetta (1962), Evchen (1963 e 1964), di nuovo Senta, più Freia nell’Oro del Reno e Venere nel Tannhäuser (1965), arrivando a farle cantare nella stagione successiva entrambi i personaggi femminili di Tannhäuser, più Freia, la voce dell’uccellino della foresta nel Sigfrido, la terza Norna nel Crepuscolo degli dei e una fanciulla fiore nel Parsifal. Nel 1967, ultimo anno in cui Anja Silja è presente al Festival wagneriano, ripete tutti i ruoli dell’anno precedente tranne Venere. Nel 1968, Wieland frattanto è morto, inizia l’ostracismo di Wolfgang e a Bayreuth Anja Silja non è più tornata.

Nel frattempo la signora ha affrontato, sempre con Wieland e spesso diretta da André Cluytens, che sarà l’amante in carica morto Wagner, in sequenza: Salome, Isotta, Brunilde nella Walkiria e in Sigfrido, Elettra, Fidelio, Desdemona in Otello di Verdi, per arrivare a Lulu e alla prostituta Maria nel Wozzeck di Alban Berg.

Ma il repertorio della signora è eclettico, come il temperamento del resto: la mascagnana Santuzza e Tosca, tutte e quattro le eroine dei Racconti di Hoffmann di Jacques Offenbach e Tatiana nell’Evgenij Onegin di Ciaikovskij, La Traviata e Lady Macbeth, Turandot di Puccini – fugacemente era stata anche Liù negli anni dei primi debutti – e L’Angelo di fuoco di Prokofiev.

Il fisico è di quelli da mozzare il fiato, alta, bionda o rossa, a seconda dei casi, sempre slanciata, elegante. La voce è di quelle da mettere in apprensione, oscillante, non sempre intonatissima, vuota quando scende nelle zone gravi, quasi bianca se sale ai sopracuti che spesso sono gridati. La musicalità è a prova di bomba, come il talento d’attrice, del resto. Il carattere e il temperamento, bruciante, fanno il resto.

Nel 1968 Otto Klemperer la chiama a Londra per partecipare a un’esecuzione in forma di concerto del Vascello fantasma di Wagner alla Royal Festival Hall destinata a diventare una celebre e premiatissima incisione discografica.

I suoi partner sono Theo Adam, l’Olandese volante, Martti Talvela, il padre Daland, ed Ernst Kozub, il fidanzato cacciatore.

Ricorda Adam che, quando si presentò all’anziano maestro, questi nemmeno sollevò lo sguardo dalla pagina che stava leggendo. La primadonna che stava seduta, bella e poco rispettosa, davanti al maestro, gli diede uno strattone che fece cadere a terra la sua celebre pipa: “Ehi, Maestro! Questo è il suo olandese…”. La risposta fu laconica, “Bene, bene…”.

Da quell’incontro fra tre personalità eccezionali è nata una delle più straordinarie incisioni discografiche wagneriane.

Proviamo a riascoltare il celebre duetto del secondo atto fra Senta e l’olandese. I tempi, lentissimi, di Klemperer sono, per una volta, funzionali a suggellare la solennità del momento scenico. La celeberrima Philarmonia Orchestra è al suo meglio, Theo Adam molto compenetrato in una parte che aveva affrontato per la prima volta ad Amburgo, nel 1966 con la regia di Wieland Wagner.

E Anja Silja? E’ una grandissima Senta, non c’è che dire. I suoni che produce potranno anche essere discussi, ma il modo con cui accenta le prime parole del suo lungo intervento, “Versank ich jetzt, in wunderbares Träumen, / was ich erblicke ist es Wahn?” ovvero, “Sto sprofondando in un sogno meraviglioso, / ma quello che vedo non è che un’illusione?”, è detto come solo una grande artista sa fare, un filo di voce, le consonanti scanditissime con quella erre tutta particolare, un po’ alla francese se vogliamo, un difetto di pronuncia certo, che la signora, da autentico animale di palcoscenico, sa trasformare in caratteristica espressiva.

Un altro ricordo di Theo Adam e dei tanti spettatori che ebbero la fortuna di assistere alle recite di Fidelio che Otto Klemperer diresse e mise in scena al Covent Garden di Londra nel 1969 è il gesto, plateale, con cui la Leonora di Anja Silja si toglieva dalla testa il berretto maschile che la trasformava in Fidelio e rivelava al pubblico e all’innocente Florestano la sua vera natura di donna, una bella capigliatura rosso fiamma, gridando in faccia all’aguzzino Pizarro: “Töt’ erst sein Weib!” uccidi prima sua moglie, interponendosi coraggiosamente fra vittima e carnefice.

Del resto, le interpretazioni teatrali di Anja Silja sono spesso state paragonate a quelle cinematografiche di Greta Garbo. Questo fa ridere Anja Silja che ha l’umiltà dei grandi e che svicola in un diplomatico, “avrà a che fare con le comuni origini nordiche. La mia famiglia viene dalla Finlandia.”

Quanto al libro che Anja Silja ha scritto, lo si legge molto volentieri. E’ ricco di aneddoti, di osservazioni intelligenti sui numerosi uomini che la signora ha conosciuto, Wieland Wagner soprattutto, ma anche André Cluytens, l’ex marito Christoph von Dohnanyi e altri. La litigiosissima famiglia Wagner è trattata con rispetto. C’è anche molta umiltà nel dare a Cesare quello che è di Cesare: Anja Silja non fa proprie le osservazioni, spesso molto calzanti, su questo o quel ruolo affrontati nel corso della sua carriera. Le attribuisce a chi gliele ha trasmesse. Spesso all’unico marito che, fra tanti amanti, ha avuto nella sua vita, Christoph von Dohnanyi con cui intraprese una seconda vita e una seconda carriera americane tra Chicago e San Francisco, e fugacemente la Metropolitan Opera.

In Italia si è vista sempre molto poco, ma alcuni debutti con Wieland li riservò all’Opera di Roma e fu Salome a Trieste accanto all’Erodiade di Astrid Varnay. Con Erwartung di Schönberg si presentò a Palermo lasciando a una collega il cimento telefonico de La Voix humaine.

A Genova, diretta da Anthony Pappano, fu di nuovo Ortrud in un Lohengrin in versione concertante: fu in quell’occasione che le portai, dopo la recita, i saluti di una collega che aveva condiviso con lei il palcoscenico di Glyndebourne ne L’Affare Makropoulos. Al solo sentirne il nome, Anja Silja s’illuminò e fu con me gentilissima e cordiale.

Le ultime apparizioni l’hanno vista alla Scala affrontare con Riccardo Muti la Vecchia Priora dei Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc nello splendido spettacolo di Robert Carsen. Ebbe successo, ma il personaggio della morente non le calzava quanto quello della tremenda Mére Marie che assiste all’agonia implacabile e  in cui ebbi la fortuna di ascoltarla e vederla all’Opéra Bastille. Inutile dire che ogni apparizione di Anja Silja è catalizzatrice sulla sua personalità artistica dell’attenzione del pubblico.

Sempre a Parigi, ma al Palais Garnier, riascoltai per l’ultima volta Anja Silja come Knusperhexe di Hänsel und Gretel, nella celebre opera-fiaba di Engelbert Humperdinck. Fu abile nel fare la parodia di se stessa, ma la voce era ormai al lumicino e, esaurito quell’impegno e poi quello viennese de La dama di picche di Ciaijkovskij, Anja Silja ha scelto di ritirarsi e di fare la mamma e la nonna.

Il suo unico matrimonio– come racconta in una godibile intervista televisiva recuperabile in rete per i soli germanofoni, come il libro del resto mai tradotto in italiano –  è, nel frattempo, naufragato e non è sua intenzione ripetere l’esperienza.

Segno di un equilibrio tenacemente ricercato e conquistato. Tutto, nel libro, e poi nell’intervista online, ci racconta di una donna tanto temperamentosa in palcoscenico quanto desiderosa di una vita “normale” fuori. Possiamo darle torto? Auguri signora Sila.

Rino Alessi

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