L’isola dei Gatti musicanti

Un’antica leggenda marinara parla di un’isola fantasma nel Tirreno e dei suoi strani abitatori, musicanti non umani o forse più che umani. Gerarchi nazisti, filologi, esoteristi e storici si azzuffano intorno a un inedito di E.T.A. Hoffmann per svelare un arcano che promette potenza sconfinata a chi sa rendersene padrone.

 

Oggi soffusa in un riflesso verdeargenteo di lauri e querce, domani torreggiante di nebbiose abetaie, dopodomani simile a un deserto di lava calcinata, l’Isola dei Suoni scompare e ricompare sui portolani e i diari di bordo delle più svariate marinerie fra il Medioevo e l’età moderna. Ugolino Vivaldi, Ahmad ibn Khabibi al-Haddad, Giovanni Caboto, Alì Piri Reis, Alexander Kammerherr von Schlangenufer, l’ammiraglio zarista Fëdor Fëdorovič Ušakov, il giovane capitano di vascello Horatio Nelson: tutti tentarono di sbarcarvi, ma vennero respinti da anomali ribollimenti di marea, o ne furono sconsigliati dal profilarsi di minacciose vele nemiche contro un orizzonte fattosi repentinamente di pece. Qualcuno credette di udire inni guerrieri aleggianti sui flutti, altri parlarono di sterminate arpe eolie il cui rombo atterriva gli equipaggi. Un mercante veneziano dilettante di contrappunto, tornato via mare da un viaggio d’affari a Londra, tentò di riprodurre quegli accordi sul primo organo di San Marco; ma i Procuratori della basilica, dopo un’audizione a porte chiuse alla presenza del principe di Venosa che trovò la cosa interessante, li rinchiusero entrambi nella Fusta dei Pazzi. Il nobiluomo fu liberato per intercessione del duca di Ferrara, l’altro vi terminò in catene i suoi giorni. Tutti le relazioni di viaggio concordano nell’affermare che già alcune ore prima dell’avvistamento gl’immancabili gatti di bordo manifestavano segni di agitazione irrefrenabile modulando in continuazione un bramito sordo che nulla più aveva di felino, mentre gli altrettanto immancabili abitatori clandestini delle stive non ardivano porre il naso fuori dei loro sozzi pertugi. Donde il nome Illa dels Gats musicants, che compare nell’atlante catalano disegnato verso il 1465 da mestre Jaume Vidal per indicare una striscia bislunga di terra situata quasi al centro del Tirreno, circa fra il 40° e il 42° grado di latitudine nord, di poco all’occidente del meridiano di Roma.

Secondo Paul Oskar Kristeller, il grande codicologo scomparso nel 1999, la si dovrebbe identificare con quell’Insula Daemonum che l’inquisitore domenicano Nicolaus Aymerich (1320-1399) definisce “porta Inferi in nostris partibus Ponentis”, supplicando papa Gregorio IX di scomunicare chiunque, navigante o cartografo, ardisse divulgarne la posizione. Il divieto vigeva ancora un secolo dopo, tant’è vero che l’incauto mestre Jaume, benché morisse in pace nel suo letto grazie alla protezione del vescovo di Girona, fu esumato e bruciato sul rogo insieme al suo vecchio gatto nero da una folla fanatica che lo accusava di essere stato eretico, negromante e sodomita inveterato. Sempre secondo Kristeller, da tali controverse tradizioni marinare avrebbe tratto spunto E.T.A. Hoffmann per il finale rimasto incompiuto del suo capolavoro Lebensansichten des Katers Murr (Opinioni sulla vita del Gatto Murr). In esso il protagonista, semi-antropomorfica incarnazione del demonico musicale di stretta osservanza romantica, rapisce Suzanne, la bianca gattona persiana del rabbino Eliphas, e assieme a lei approda su un’assolata isola mediterranea identificabile per qualche tratto descrittivo con la Capraia o con una Corsica drasticamente rimpicciolita.

Insieme genereranno una razza felina forte e schiva, capace di opporsi con le unghie e coi denti di una spietata guerriglia – fors’anche con l’estremo ricorso ai più spettacolari sortilegi della ghematria chassidica – al dilagare della civiltà mercantile e industrialista, la quale non ammette terre incognite nelle sue strategie di conquista del globo. Dei tre capitoli e mezzo che componevano questa variante, poi esclusa dall’editio princeps del 1821, rimane soltanto una breve sinossi illustrata da un facsimile dell’incipit, pubblicata nel catalogo n. 356/bis dell’antiquario lipsiense Wittmeyer. Il manoscritto originale, ma sicuramente non autografo, fu acquistato nel 1930 dalla biblioteca della Philosophische Fakultät di Norimberga, e dev’essere andato disperso appena pochi anni dopo nel corso della seconda e più grave campagna di epurazione delle biblioteche di Franconia dalle “opere contrarie allo spirito tedesco”, in obbedienza alle pazzesche direttive del Reichsminister Goebbels e del suo degenerato tirapiedi locale, l’ex macellaio Sepp Frankl. Dal momento che Kristeller mostra di conoscere molti dettagli dell’intreccio, si può pensare che lo avesse consultato nei primi anni Trenta, o che magari ne trasportasse una copia nei suoi bagagli al momento in cui emigrò negli Stati Uniti per scampare alla persecuzione razziale. Se così fosse, si dovrebbe cercare nei due fondi librari che ospitano le carte dello studioso berlinese e ne perpetuano il nome ai posteri: il Fondo Kristeller della Normale di Pisa (Collezione di Letteratura) e il Kristeller Fund, solo parzialmente catalogato, presso la Columbia University di New York.

Da quest’ultima istituzione sono finora riuscito ad ottenere il microfilm di un manoscritto anonimo recante il timbro “O.K.” (Oskar Kristeller), dove si narra un avvistamento della fantomatica isola da parte di una cannoniera genovese impegnata a fianco degli Imperiali nella Guerra di Successione spagnola. La Vera Relattione dell’acquisto di Sardegna a Sua Maestà Cesarea. A.D. 1708 si diffonde in simbolismi di gusto barocco, in apparente contrasto con la mentalità illuministica già incipiente. Trascrivo qui un passo sottolineato e postillato in matita dal Kristeller, a dimostrazione del suo interesse per il mito dei gatti musicanti: “Il Gatto portasi nell’Armi cavalleresche per emblema d’Indipendenza, di Vigilanza, & Destrezza. Il Gatto Rampante, qual chiamasi più propriamente Inferocito, si suol rappresentare colla testa in Maestà [= di faccia, nota di Kristeller] & il corpo passante, sì come il Leonpardo. Li Alani, Borgognoni, & Svizzeri innalzano le Insegne loro con effigiato il Gatto, per dimostrare amore di Libertà. È infine perfetto musico, esprimendo col Canto i suoi Amori, & generosi Sdegni avanti d’entrare in Battaglia”.

Alcuni anni or sono è intervenuto nella questione il sedicente storico Luka T. Abogan – in realtà un mediocre poligrafo, spacciatore di arruffate miscellanee esoteriche e revisioniste sulla stampa popolare lussemburghese – sostenendo che il dottor Goebbels avrebbe sottratto per sé il prezioso cimelio nell’intento di trovarvi conferme ad una sua teoria circa una “magica triangolazione di potenza” fra alcune isole del Tirreno: l’Elba, dorato esilio imperiale donde partì nel 1815 la fulminea riconquista della Francia; Montecristo, scrigno d’inesauribili tesori nascosti al servizio di una grandiosa revanche; l’Isola dei Gatti, fucina di segrete armi mentali capaci di sgominare intere flotte ostili col solo potere della suggestione. Tutto e il contrario di tutto si può almanaccare, quando ci s’addentra nei criminali deliri d’onnipotenza partoriti dai gerarchi di un infausto regime. Fatto sta che nessun sostegno alle tesi dell’Abogan giunge dal frammento del testo hoffmanniano che egli pubblica in appendice al suo saggio Bonaparte, Dantès, Goebbels: Der dreieckige Schatten der Rache (B., D., G.: L’ombra triangolare della vendetta), Weimerskirch, Selbstverlag, 2017, dopo averlo trascritto dal minuscolo facsimile sopra citato. Nonostante tutto esprimiamo gratitudine a lui per l’improba fatica filologica, e al “Letzeburgischer Bank-und-Kunstkurier” che ne ha gentilmente autorizzata la traduzione italiana:

Suzanne stava sdraiata pigramente sul divano bianco dai cuscini azzurri, sul quale il rabbino Eliphas soleva schiacciare i suoi pisolini postprandiali. Dalle finestre aperte il sole meridiano penetrava nella stanza, disegnando fantastici arabeschi più intricati di quelli dell’arazzo appeso sull’armadio della Torah. Fra mezzo a due sbarre dell’inferriata sbucò d’improvviso il naso mobile e diffidente di Murr. La soffice coda nivea di Suzanne ebbe un impercettibile fremito di piacere, prontamente dissimulato. Socchiudendo un occhio solo (il sinistro, quello di più acuta vista) ella lo salutò graziosamente con una lieve traccia di ron-ron nella sua bella voce ancora assonnata di contralto gattesco: “Benvenuto, signor maestro Murr! Avevo giusto desiderio di far musica, questo pomeriggio. Cantiamo qualcosa insieme – volete?” Murr saltò agile nella stanza e depose sul leggio del cembalo il rotolo di spartiti che, come per caso, portava sempre con sé in quelle visite non preannunciate alle gattine del vicinato. “Très volontiers, mademoiselle Suzanne. Cosa preferite: Mozart, Paisiello o Rossini? O magari il vecchio Hääändel?”… [il frammento s’interrompe qui].

Carlo Vitali

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