Grafenegg Festival 2017: Brad Lubman, una visione nuova di INK STILL WET

Il Festival di Grafenegg non è solo concerti, infatti ospita fin dalla sua prima edizione (2007 ) un compositore-direttore “in residence” al quale è affidato INK STILL WET, un workshop di direzione-composizione che vede protagonisti ogni anno cinque giovani che sottopongono i loro lavori non solo all’esame ed ai suggerimenti del mentore, ma anche e soprattutto al giudizio del pubblico.

La scelta del nome non è casuale; l’inchiostro è davvero fresco sulla carta pentagrammata, a testimoniare tutta la vitalità della quale gode la musica contemporanea a dispetto di chi, in particolar modo nel nostro paese, sostiene che la musica “classica” sia oramai un genere estinto e chiudendo di fatto mente ed orecchie a qualunque pezzo nuovo.
Le vestali della “tradizione” se ne facciano una ragione, i sommi sacerdoti del culto del dio Erameglioprìma si mettano l’animo in pace: la musica è fortunatamente viva e vegeta e si evolve in forme il più delle volte straordinariamente efficaci.

Brad Lubman, compositore e direttore statunitense, ha trasformato l’INK STILL WET di quest’anno in un fantastico laboratorio del suono al quale hanno partecipato i cinque compositori, tutti rigorosamente “millenials”, selezionati: Marko Markuš, David Clay Mettens, Edo Frenkel, Hannes Kerschbaumer, Christoph Renhart.

Abbiamo avuto la fortuna di assistere, nell’arco di un pomeriggio, ad una sessione di Video Review con Lubman, didatta straordinario, ad analizzare con i ragazzi il gesto direttoriale di ciascuno, dando suggerimenti che partono dalla corretta suddivisione per giungere ad un gesto massimamente efficace. Partiture alla mano ci siamo immersi in questo universo sonoro che ha rivelato talenti davvero notevolissimi: “L’isola morta” di Christoph Renhart e “Nebula” di Marko Markuš ci hanno particolarmente colpito.

Lubman spiega e rispiega, scompone per ricomporre, scherza e rimbrotta, propone e suggerisce, cercando di dare risposte alle domande cruciali che sono il cuore del suo workshop: “Come sai quando un lavoro è completo?”, “Come trovare un suono mai udito prima?”, “Come trasferire la propria visione all’orchestra?”.
Il metodo seguito da Lubman è totalmente maieutico: interroga i giovani fino a che la risposta alle domande poste nasce da loro stessi e trova poi forma compiuta nell’esecuzione dei loro impaginati.
Anche noi, semplici uditori, siamo usciti più ricchi da questa sessione di lavoro non prima di aver scambiato qualche parola con Lubman, il cui understatement invoglia a chiedere, a farsi spiegare.

Il sole caldo del parco di Grafenegg ci ha accolti all’uscita dal Castello, trovandoci ancor più consapevoli del futuro certo e luminoso che si conferma per la musica contemporanea.

Alessandro Cammarano

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