Pesaro: al ROF The press is present, il pubblico meno

Sembra un paradosso, ma forse è semplicemente un segno dei tempi. Che la dice lunga, e per niente bella, sulla capacità dell’informazione intorno alla musica di avere un ruolo oltre la propria autoreferenzialità, che il web ha ingigantito ma non creato. La riflessione nasce dai dati sull’edizione del Rossini Opera Festival che si è appena conclusa, prontamente diffusi. Semplificando per amore di battuta: più il ROF viene “comunicato”, meno suscita l’interesse del pubblico.

È singolare infatti che nell’anno in cui la presenza di giornalisti ha battuto ogni record, con 167 addetti provenienti da 30 paesi del mondo oltre all’Italia, il numero degli spettatori abbia subito un arretramento che si può giudicare come si vuole, ma che comunque è tutt’altro che insignificante. Il comunicato non offre il confronto con l’anno scorso, ma non è difficile recuperare quei numeri: quest’anno ci sono stati 16.500 spettatori, nel 2018 erano stati 18.300. Il che vuol dire un calo molto vicino al 10%, decimale in più o in meno (per la precisone, -9.84%). Il minore incasso è stato di 267 mila euro (da un milione 392 mila euro a un milione 125 mila). E va bene che i dati del 2018 erano tutti da record, ma il ripiegamento resta sensibile.

Naturalmente, per completare i conti bisognerà attendere la prossima edizione, sulla quale – almeno in teoria – dovrebbe “riverberarsi” una così massiccia copertura mediatica. Chi scrive, peraltro, è sempre stato scettico sulla capacità della critica e del giornalismo di cultura di indirizzare sia pure parzialmente le scelte del pubblico, neanche nell’epoca in cui parlare di “grandi firme” aveva un senso. Ed è chiaro, insomma, che il problema non è l’effetto che possono determinare due centurie (o quasi) di giornalisti lanciati a seguire gli eventi rossiniani di Pesaro, anche se il tema resta controverso e la discussione di conseguenza è sempre aperta.

Il problema è l’emorragia di spettatori, che non può lasciare tranquillo nessuno, a partire dai dirigenti del ROF. L’anno scorso a quest’epoca, intervenendo sui dati dell’edizione 2018, nel sottolineare la necessità di un “nuovo progetto” per i secondi quarant’anni del ROF, segnalavamo qui una certa “debolezza” progettuale del festival 2019, divisa fra un grande ma ostico capolavoro come Semiramide e due titoli dei primissimi anni di attività del compositore. Al netto del richiamo dei nomi del belcanto o della regia, o del podio, non sembra improprio collegare almeno in parte la minore risposta del pubblico con le caratteristiche del programma. Che non aveva l’appeal altre volte sciorinato dal festival. E lo diciamo considerando che dal punto di vista artistico questa appena conclusa è stata un’edizione di buon livello, degna della storia del ROF. Evidentemente, però, i titoli non erano così attrattivi. Anche perché oggi non si va più a Pesaro per scoprire il Rossini mai sentito prima, ma semmai per verificare lo stato dell’arte dell’interpretazione rossiniana, scenica, vocale e musicale. Meglio se al cospetto di titoli che non siano tutti rarità per addetti ai lavori.

La sfida per il sovrintendente-direttore artistico Ernesto Palacio e per il direttore generale Olivier Descotes è insomma complessa. Il programma 2020, annunciato nella parte essenziale, mostra un notevole sforzo produttivo (saranno nuovi tutti tre gli spettacoli) e un’apprezzabile attenzione a equilibrare l’offerta illuminando aspetti diversi della vicenda creativa rossiniana, tra la farsa giovanile La cambiale di matrimonio, il primo esperimento serio del periodo napoletano (Elisabetta regina d’Inghilterra) e un lavoro fondamentale degli anni francesi come Moïse et Pharaon assente a Pesaro da più di vent’anni. Basterà per ricondurre il calo di pubblico e di incassi di quest’anno a occasionale incidente di percorso?

Cesare Galla

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Strano: Ci sono state DUE produzioni all’Arena con prezzi più alti degli anni scorsi. Adesso: 110 + 10% prevendita = 121 €, 160 + 10% = 176 €, in Galleria 50 €. E c’è un calo d’incassi???