Ravenna: Riccardo Muti trasmette ai giovani sapere ed esperienza nell’Italian Opera Academy

Poco dopo il grande e incontrastato successo delle sue mirabili interpretazioni di Macbeth al Maggio Musicale Fiorentino, Riccardo Muti è ritornato sul titolo verdiano a Ravenna per la Italian Opera Academy, che si è tenuta dal 21 luglio al 3 agosto. La formula dell’iniziativa, ormai arrivata alla quarta edizione dopo quelle dedicate rispettivamente a Falstaff, La traviata e Aida, è ben rodata ed efficace. All’Academy, che si tiene presso lo storico Teatro Alighieri, partecipa un ristretto gruppo di allievi effettivi (quest’anno quattro direttori d’orchestra e quattro maestri collaboratori) scelti tra centinaia di candidati da tutto il mondo, mentre in sala gli uditori seguono con partitura alla mano. «Qui non si insegna a battere il tempo», spiega Muti, ricordando che gli allievi sono musicisti giovani ma già esperti, alcuni dei quali hanno già intrapreso una buona carriera, mentre gli altri hanno tutte le possibilità di farla. «Qui si insegna il senso del teatro, il rapporto tra parola e musica». Quel rapporto che il direttore d’orchestra napoletano continua ad approfondire con particolare riferimento ai suoi compositori prediletti, Verdi e Mozart, e la cui sempre più acuminata penetrazione lo ha portato a tanti risultati straordinari, anche negli anni più recenti.

Già riferendo dell’Academy del 2017, avevamo sottolineato quanto sia consona a Riccardo Muti la dimensione dell’insegnamento, come sia convincente e produttiva la sua volontà di trasmettere ai giovani tutto il sapere e tutta l’esperienza che in tanti anni ha accumulato. È qualcosa che Muti fa con palese entusiasmo e che con forte evidenza rappresenta una delle fonti della sua sorprendente energia; lui stesso lo riconosce, soprattutto in relazione alla sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, che sostiene la parte strumentale dell’Italian Opera Academy. «Da quando lavoro con i giovani della Cherubini, mi sento più giovane», ha dichiarato infatti durante una delle giornate ravennati. L’effetto è sotto gli occhi di tutti: il 28 luglio, il Maestro ha compiuto settantasette anni assolutamente smentiti da un fisico sempre dritto e agile (in un’occasione, scherzando, si è perfino inginocchiato sul podio e si è rialzato senza batter ciglio), per non parlare della mente acuta e brillante, con un senso naturale della comicità e dell’umorismo che si rivela molto positivo mentre insegna, temperando gli inevitabili rimbrotti e mantenendo lieve l’atmosfera.

«La qualità è il lavoro di una vita», Riccardo Muti ammonisce i giovani allievi. «Prima dei sessant’anni, sei un apprendista. Ricordo Vittorio Gui, il fondatore del Maggio Musicale Fiorentino. Una volta, a novant’anni, mi disse: “Che peccato essere vicino alla morte proprio adesso che cominciavo a capire che cosa voglia dire dirigere”». Per avviarli sulla lunga strada che porta alla qualità, Muti guida così i direttori attraverso le infinite sfaccettature del lavoro con l’orchestra e con i cantanti, dedicando attenzione anche ai maestri collaboratori prescelti (Alessandro Boeri, Jieun Jeong, Andrea Chinaglia e Luca Spinosa), che non sono solo accompagnatori, ma dovrebbero conoscere tanto bene l’opera da partecipare fattivamente alla preparazione delle voci. Un alto artigianato che nei teatri attuali è purtroppo sempre meno presente.

Le lezioni o prove, visto che preludono al concerto finale, si muovono dall’analisi dei punti più significativi o più difficili della partitura fino alle nozioni di armonia, ove necessario; dai consigli sul gesto, sul braccio e sulla mano, addirittura a quelli sull’importanza del viso: «In questo punto, devi esprimerti con la faccia. Con orchestra e coro, meno parole usi e meglio è»; dalle annotazioni sulla dinamica e sull’agogica alle indicazioni espressive, «Attenzione, il Brindisi di Macbeth non è come quello della Traviata; siamo in Scozia nel 1040, non in un salotto parigino dell’Ottocento, quindi è più rude, più pesante, anche se non brutale», a quelle sul periodo in cui l’opera fu composta: «Come nella Fantastica di Berlioz, in Macbeth non si possono usare trombe e tromboni senza tener conto degli strumenti dell’epoca, molto più piccoli di quelli attuali. Tieni presente che, se dici ai tromboni di suonare meno, non lo fanno. Loro sono Schwarzenegger, sono Hulk. La colpa è dei Conservatori che non insegnano a tener conto, nel modo di suonare, del contesto culturale». E via dicendo, tra mille indicazioni preziose ed esempi di prima mano, quando Muti impugna la bacchetta per farsi capire meglio.

La lezione di Riccardo Muti si estende anche all’ottimo coro reclutato per l’occasione, il “Costanzo Porta” di Cremona, con il suo maestro Antonio Greco («Il problema del coro in un teatro è che in genere viene inquadrato come gruppo; invece voi siete attori, ciascuno deve mettere in gioco la propria espressività»), e ai cantanti coinvolti, tutti ben forniti di doti e di talento. Vittoria Yeo, già convincente nel ruolo della Lady a Firenze, ha sensibilmente affinato la sua interpretazione durante i giorni dell’Academy, cogliendo sempre più a fondo, con gli accenti e le inflessioni, quel rapporto tra parola e musica che è l’oggetto principale dell’insegnamento di Muti. Bel timbro ed emissione morbida per Serban Vasile, Macbeth, e qualità tutte di primissimo ordine nel canto di Riccardo Zanellato, Banco, anch’egli reduce da una bella prova fiorentina. Provvisto di voce torrenziale e di uno squillo gagliardo, Giuseppe Distefano (un nome, un destino), Macduff, potrà aspirare a grandi risultati se riuscirà a imbrigliare le sue fin troppo esuberanti doti naturali; di ottimo livello anche le prestazioni di Antonella Carpenito e Adriano Gramigni nei ruoli minori della Dama e del Medico.

Preceduto dal concerto in cui Riccardo Muti ha interpretato da par suo una scelta di pagine dell’opera (e da una serata presso il Carcere di Ravenna in cui il Maestro ha suonato il pianoforte, con i cantanti e da solo, e ha parlato con tale umanità e autenticità da conquistarsi l’applauso entusiasta dei detenuti, in particolare quelli di etnia araba), si è tenuto infine il concerto finale dell’Academy, dove i giovani direttori hanno mostrato il pregevole frutto dei dodici giorni di studio. Personalità musicali ben differenziate, ma doti che potrebbero garantire un’ottima carriera a tutti e quattro, per l’ucraino Aleksandr Poliykov, lo statunitense John Lidfords, Pak Lok Alvin Ho di Hong Kong e Wilbur Lin, taiwanese-americano. Averli seguiti fin dai primi giorni dell’Academy, come abbiamo fatto noi, ha permesso di apprezzare quanto si siano mostrati ricettivi ai contenuti comunicati da Riccardo Muti, offrendo così una concreta speranza per una corretta e fruttifera diffusione nel mondo dell’opera italiana.

Dal 2019, l’Italian Opera Academy, di cui la RAI ha ripreso i vari momenti, raddoppierà: per tre anni è prevista a Tokyo un’edizione giapponese, ma si riproporrà anche l’appuntamento a Ravenna.

Patrizia Luppi

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