Verona – L‘istintività sofisticata Seong-Jin Cho al Settembre dell’Accademia

Il pianista coreano Seong-Jin Cho ha l’eleganza semplice ma perentoria di chi sa di essere dentro alla musica. A 23 anni sta conquistando il mondo dei concerti, sull’onda di alcuni exploit rilevanti: terzo posto al concorso Rubinstein di Tel Aviv, terzo al Cajkovskij di Mosca; due anni fa, primo al concorso Chopin di Varsavia, il premio forse più reputato al mondo, che si tiene solo ogni cinque anni e nel cui albo d’oro si trovano i nomi di Maurizio Pollini, di Martha Argerich, di Krystian Zimerman. In realtà, i concorsi sono un’arma a doppio taglio: possono essere di grande aiuto per la carriera, ma è anche vero che oggi sempre più spesso emergono e si affermano interpreti che preferiscono evitarli, o che magari ci si sono provati, ma non hanno poi raggiunto grandi risultati. E per converso, spesso il tempo e le vicende musicali si sono incaricati di “cancellare” interpreti che magari avevano ottenuto sensazionali affermazioni, alle quali però non è seguito il successo sperato. Per questo, è meglio non farsi impressionare troppo dalle medaglie, anche se è del tutto legittimo nutrire un briciolo di curiosità in più, se ci si appresta ad ascoltare qualcuno che si è affermato brillantemente in una di queste temibili gare a eliminazione diretta.

Per quanto riguarda Seong-Jin Cho, quello che si può osservare non ha bisogno di molte parole. L’altra sera al Filarmonico, dove si è presentato con l’orchestra della Fondazione Arena per il Settembre dell’Accademia, il giovane pianista coreano è parso un fenomeno. Solo il tempo –  e lui ne ha davvero ancora tanto a disposizione – dirà se e come l’arte di questo interprete conoscerà un’ulteriore evoluzione, o se magari purtroppo subirà un’involuzione. Intanto, bisogna annotare che sono pochi i pianisti (e non solo della sua età, beninteso) capaci di creare una corrente di attrazione così intensa con il pubblico, una simile “chimica” nella comunicazione.

La musicalità di Cho è insieme istintiva e ultra-sofisticata, la tecnica appare sempre al servizio del pensiero interpretativo, il quale a sua volta risulta di una naturalezza ammaliante pur nell’evidenza del minuzioso controllo di ogni elemento. Nel suo pianismo circola vera, affascinante poesia.

In programma c’era il secondo Concerto per pianoforte di Chopin e il pianista coreano ha quasi esotericamente catturato l’attenzione anche dei più distratti (o scettici) fin dalle prime battute dopo l’ampia introduzione orchestrale. È stato l’inizio di una sorta di “dimostrazione” sul linguaggio del compositore polacco, universo multiforme, nel quale tutto è decorazione e tutto è struttura. Il timbro di Cho ha riflessi perlacei ma non manca mai di nitidezza, quando serve di brillantezza; conserva la sua squisita espressività in qualsiasi frangente tecnico, salvo rifrangersi in tanti dettagli, in un ventaglio di sfumature davvero affascinante, nella mobilità di un fraseggio che sembra quasi magicamente assumere un senso di fisiologica necessità. Il respiro che diventa suono, da seguire e continuamente scoprire con il fiato sospeso. Nel “Larghetto”, l’emozione è risultata adamantina, palpitante eppure sorvegliatissima, e soprattutto senza mai l’ombra della maniera, del superficiale sentimentalismo. Nel finale, lo spazio della vetrina virtuosistica disegnata per sé dal giovane Chopin è stato reso con una freschezza, una vivacità e soprattutto una ricchezza espressiva che sono merce rara nelle sale da concerto, dove prevale l’esibizione fine a se stessa della tecnica.

Un’ovazione ha salutato la conclusione del Concerto, che l’Orchestra dell’Arena ha ben accompagnato, con misura e buon rilievo dei dettagli delineati nel gesto chiaro del direttore francese Jules Masmondet. Più volte richiamato a proscenio, Seong-Jin Cho ha proposto un duplice bis secondo tradizione: seducenti luminosità nel Clair de lune di Debussy, straordinari arabeschi di colore, dentro e oltre la vertigine virtuosistica nella Campanella di Liszt da Paganini.

Aperta da una concentrata esecuzione dell’Adagio op. 11 di Samuel Barber, nel quale gli archi areniani si sono proposti con apprezzabile coesione e buona trama sonora, la serata si è conclusa con la Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Dvořák. Masmondet ne ha proposto una lettura di efficace risalto timbrico, con molti contrasti dinamici dentro a un fraseggio finemente articolato, che hanno messo in luce la buona disposizione d’insieme dell’orchestra di casa, così come la brillantezza delle prime parti.

Vivissimi alla fine i consensi da parte del pubblico.

Cesare Galla

(Verona, 25 settembre 2017)

La locandina

Orchestra dell’Arena di Verona
Jules MasmondetDirettore
Seong-Jin Cho Pianoforte
Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in sol maggiore, op. 40
Samuel Barber
Adagio op. 11
Antonín Dvořák
Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Dal nuovo mondo

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