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Mancano pochi giorni all’inizio del Festival Verdi 2018, che dall’arrivo di Anna Maria Meo alla Direzione Generale sembra essere rinato, diventando un festival vero, con proposte capaci di attrarre un pubblico cosmopolita ma attento anche agli spettatori “tradizionali”. Abbiamo raggiunto telefonicamente la Meo per porle qualche domanda.

L’inaugurazione della Stagione Lirica è nel nome di Giuseppe Verdi con Un ballo in maschera, dedicato direttore parmigiano Cleofonte Campanini nel centenario della morte e presentato nello storico allestimento realizzato da Giuseppe Carmignani nel 1913, in occasione delle prime celebrazioni verdiane, ideate, finanziate e dirette dallo stesso Campanini.

In poco più di centocinquanta pagine, dense e sapide, Alberto Mattioli raddrizza il timone rendendo a Verdi quel che è di Verdi, e lo fa con ironia e leggerezza degne del miglior Barilli, del quale il giornalista e critico musicale modenese (quanti tesori custodisce l’Emilia!) è di fatto l’erede naturale.

Si scrive Roberto Devereux, si legge Mariella Devia, che ancora una volta è stata protagonista di una prova perfetta. Tutto gira intorno alla sua Elisabetta dolente e disillusa il cui gesto si plasma su un canto tutto sui fiati, il suo, quello giusto, fatto di tecnica e passione.

Macbeth, Un giorno di regno, Le Trouvère, Attila sono le opere in programma al Festival Verdi 2018, anno della sua XVIII edizione, a Parma e Busseto dal 27 settembre al 21 ottobre.
4 opere, 3 nuovi allestimenti in 3 teatri diversi, 3 orchestre, 2 cori, 6 commissioni in prima assoluta, 25 eventi per 70 appuntamenti in 25 giorni.

Ci sono degli spettacoli che bisogna assolutamente vedere, pena il pentirsene per il resto della vita e lo Stiffelio secondo Graham Vick è fra questi.

Scarsa è la conoscenza della produzione  stumentale dell’ 800 musicale italiano: fortissimo è stato l’impatto dell’opera  sulla vita musicale degli stessi compositori, siano essi Bellini, Donizetti, Mercadante stesso, che lasciarono significativi bravi strumentali e da camera ma per essere poi travolti dall’importanza che le composizione operistiche arrisero a loro.